Laura Curino insegna narrazione - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 17 marzo 2004

Laura Curino insegna narrazione

Laboratorio Teatrale sulle tecniche della narrazione
A cura di Laura Curino

Organizzato da Teatro Cargo
Al Teatro del Ponente (P. za Odicini, 9 – Genova)
Info 010 694240
Dal 22 al 25 marzo 2004

In fondo all’annuncio sul tuo laboratorio teatrale c’è scritto di portare: “Carte, penne, una fonte di luce (candele, pile, lampade) e …un bel bicchiere, scelto con cura fra quelli di casa, il preferito, magari…”. Cosa significa?
«E sì che te lo dico... Non si può svelare.
Sono esche, giochi, qualcosa di totalmente arbitrario che faccia pensare in termini non consequenziali (inizio, svolgimento, fine), in termini più creativi.
Forse è più importante portare con se un bicchiere, perché, perché, perché sì.
È uno dei miei libri di testo. La considero una delle materie del laboratorio al fianco di altre».

Tu e Marco Paolini avete recuperato la tradizione orale, del raccontar storie e gli avete dato nuova collocazione a teatro. Oggi Ascanio Celestini e Davide Enia propongono una loro versione ritmata del narrar breve. Cosa è cambiato?
«E pensare che il narrare breve era un “luogo” femminile, un luogo antico di favole e racconti in cui, però, ancora adesso, sono più numerosi i maschi che le femmine. Si crede di aver risolto molto, ma in realtà “donne e poeti” sono accomunati dallo scarso successo...
Comunque sono poche ma qualche nome al femminile all’interno del teatro di narrazione si può fare, ci si può senz’altro collocare Lella Costa e poi Giuliana Musso che lavora soprattutto in Veneto e in Friuli e dopo il successo di Nati in casa sta preparando un lavoro sulla prostituzione.
A proposito del nuovo teatro di narrazione devo dire che un certo merito ce l’hanno avuto anche i critici e i giornalisti. Sono stati bravi a dargli un nome, sebbene la narrazione a teatro si sia sempre praticata (e noi del Teatro Settimo in particolare gli abbiamo dedicato ampi spazi in molti spettacoli) però al narratore unico in scena si davano altre etichette, si parlava di monologo o di one-man show. Oggi quei nomi sono desueti, monologo, poi, è una parola che fa scappare il pubblico e fa pensare all’attore solo in scena che parla di se. Oggi il personaggio in scena parla d’altri, non "parla di", "parla con" e il fatto che questo “gesto” abbia un nuovo nome e quindi una sua dignità ha reso più facile la circolazione e vendita di questi spettacoli, e dato il via a nuove forme di narrazione che tu citavi. L’attore non si chiama mai fuori, si mescola e guarda insieme al pubblico la storia che racconta».

Qual è l’obiettivo del tuo laboratorio?
«Creare disoccupati del teatro.
Di solito non ne faccio, perché vengono troppo spesso intesi come lunghi provini, la gente viene per farsi vedere, investendo denaro e tempo. Così non mi piace. Però questo di narrazione lo faccio volentieri. Dono una possibilità, quella di andare a raccontare delle storie, magari nelle scuole, dò degli strumenti per iniziare un percorso».

A cosa sta lavorando?
«A delle traduzioni, non che non ne esistano di belle e autorevoli, ma ad esempio sto lavorande alle Troiane per Serena Sinigaglia e l’Atir di Milano e quello che sto cercando è una lingua adatta a questi ragazzi, che io conosco perfettamente, una lingua che permetta loro di mettersi in bocca quelle parole. Non è facile».

Tornare a Genova è piacevole? E cosa ne pensa di Genova Capitale Europea della Cultura?
«L’idea di passare a Genova questi cinque giorni per il laboratorio mi piace molto. Prima venivo spesso. Per anni sono stata ospite allo Stabile.
Di Genova mi piace il mare, ma il mare in città, non quello dei paesini dove dopo un po’, come in campagna, mi trema la terra sotto i piedi e ho bisogno di scappare alla ricerca di un po’ di smog. Genova è meravigliosa: selvaggia con quelle sue montagne a un minuto di distanza e con il mare davanti, e comunque città a tutti gli effetti, città vera. A Torino quando saliamo in collina ci aspettiamo di vedere il mare che è il vostro mare ma è solo illusione.
Poi Genova, almeno dal punto di vista teatrale, è una città ricca di artisti bravissimi e c’è una grande varietà per cui se non è capitale della cultura questa... Qui c’è un’umanità che credevo Sabauda: onesta e precisa, senza orpelli. È comunicativa e diretta allo stesso tempo, un po’ come le canzoni di De Andrè: all’altezza del messaggio corrisponde una grande forza poetica e il coraggio di farsi capire da un vasto pubblico, senza snobbismi, con sobrietà.
Genova è una città fondata, nel senso che ha forti fondamenta, e tuttavia ha anche uno sguardo che può andare ovunque, insomma le barche sono lì pronte... A Torino ci resta un’immensa nostalgia del mare, io poi di nascita sono di Alessandria (di Valenza la mamma, di Casale il papà) e per noi, da quelli parti, la città è Genova non Torino».

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