Concerti Magazine Martedì 16 marzo 2004

L'intervista a Miriam Makeba

Il 4 marzo Miriam Makeba ha compiuto 72 anni. Una vita lunga e travagliata, fatta soprattutto di musica, ma anche di lotte, fughe, esilio. Per molti è un esempio di impegno civile oltre che musicale, anche se molte etichette che le sono state appioppate, non le capisce. Giovedì 18 marzo canterà al Carlo Felice, il main event dell’.

Sei mai stata a Genova o è la prima volta?. «Non è la prima volta, sono stata qui per una partita di calcio. Si trattava un match per promuovere l’abbattimento del debito estero». Ecco, con lei funziona così: tu le fai una domanda musicale o - diciamo così - “turistica” e lei apre un discorso che c’entra con qualche diritto da difendere, qualche paese da salvare. La sua è una di quelle vite in cui tutto è collegato, non si può scindere un lato dall’altro.

Negli anni ’50 inizia a farsi conoscere dentro e fuori dal suo paese, e questo non piace ai governanti. Canta nei Manhattan Brothers, collabora con Harry Belafonte, partecipa a musical e documentari sulla situazione in Sud Africa. Va in America, arriva il Grammy Award, ma sposa un leader del movimento Black Panther, e arrivano anche i guai. «Come ci si sente ad essere un simbolo per tutta l'Africa?». «Oddio! Non saprei». «Beh, sei Mama Africa no?!». «Eh sì, quando hanno iniziato a chiamarmi così ho detto: “non vorrete mica addossare sulle mie spalle tutte le responsabilità di un continente così grande e vecchio!”. Credo sia stato più un gesto di affetto che altro». Sembra timida, spaesata, di fronte alla sua fama. Sembra che abbia fatto quello che ha fatto senza pensare ai simboli o alle icone, ma semplicemente perché era giusto e normale. La tua viene definita world music. Cosa ne pensi?. «Mah, anche questa non la capisco. Tutta la musica è - in un certo senso - “world music”. Non si scrivono canzoni, non si canta in tutti i paesi del mondo? Io ho un sospetto, ossia che chi parla di world music parli in realtà di third world music (musica del terzo mondo), ma è troppo politically correct e, perciò, trova un'altra espressione». Ancora una volta, le etichette si dissolvono come neve al sole.

E la musica italiana?. «Non la conosco molto (ma quando gli viene suggerito De Andrè annuisce e sorride “I love him!”). Ho visto Pavarotti a Johannesburg una volta. Era l’epoca dei “tre tenori”». Già, Johannesburg. Ma quanto tempo passato in giro per il mondo senza la possibilità di tornare a casa. «sono stata bandita da casa mia per 31 anni. Sono tornata nel 1990, appena possibile». Ci racconta delle strane vicissitudini che ha dovuto passare per ottenere il visto d’ingresso nel suo paese(!). «Mi ha chiamato Mandela in persona dicendomi che dovevo tornare a casa. Ho dovuto attraversare una trafila molto lunga, ma alla fina ce l'ho fatta».

In Sud Africa le cose migliorano lentamente. Il mondo, invece, è travolto da un senso di insicurezza mai provato finora. C’è il terrorismo. «Questo è certo. Però bisognerebbe andare alla radice del problema invece di fermarsi alla superficie. Esistono mille cause per ogni cosa che succede. Vedi, anche il movimento di cui facevo parte in Sud Africa prima dell’esilio era bollato come “terroristico”. Anche Mandela era un terrorista». E le bombe? «Quelle non sono mai giustificate. Bisogna cominciare ad essere più sensibili nei confronti delgi altri. Tutti».

Ancora musica. Cosa canterai giovedì? «Canzoni vecchie e nuove. Lo sentirai…».
Lo so che andremo tutti lì aspettando che intoni Pata Pata, fan da due di picche che non siamo altro!

Miriam è stanca, si è alzata presto stamattina, vuole andare a riposare.

Nella foto: Miriam Makeba

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