Allegri fa ridere ma non supera Fo - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Mercoledì 25 febbraio 2004

Allegri fa ridere ma non supera Fo

Magazine - Morte accidentale di un anarchico
di Dario Fo
regia Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
scene e costumi Carlo Sala
luci Nando Frigerio
suono Jean-Christophe Potvin
con Eugenio Allegri, Luca Toracca, Giovanni Palladino, Paolo Pierbon, Luca Altavilla, Mercedes Martini
Produzione Teatridithalia

Fino a domenica 29 febbraio al Teatro Duse

Si ride molto. Si ride a crepapelle. Si ride. Si ride forse troppo?
Nel 1970 quando Dario Fo scrisse questo testo era passato solo un anno dalla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, “suicidato” il 12 dicembre 1969, dopo un volo dalla finestra della questura di Milano. Non ho mai visto la versione con Dario Fo, e per me gli anni ’70 sono quelli della prima infanzia, dunque non ne conosco la tensione di cui si parla nei rotocalchi e nei libri di storia. Posso però immaginare la forza scandalosa, l’irriverenza e il coraggio di mettere in scena una farsa su un fatto politico e di cronaca nera.

Quella tensione, oggi, con la cura del tempo è lontana e debole. In sala, alla fine del primo tempo, un signore di una certa età racconta di averlo visto lo spettacolo di Fo, a suo tempo, e contesta un’istrionismo eccellente ma un po’ gratuito nell’interpretazione del bravo Eugenio Allegri. Sono d’accordo. In fondo soffro un po’ a sentire ridere i tanti giovani in sala che, come me, sono lontani e in parte ignari di un’epoca e delle sue lotte, e anche della tragedia mista pubblico-privato legata al nome di Pinelli.

Si entra nella storia con un prologo, le parole di Licia Pinelli: “uno stato forte e credibile sa sopportare la verità”, e ancora: “solo la verità potrà fermare il tremore delle mie mani”.
Un’introduzione da teatro politico che, poi, a fine serata, resta vana richiesta di una giustizia giusta, di uno stato capace di farsi un esame di coscienza e affrontare i suoi scheletri nell’armadio, le sue parti marce e trovare delle soluzioni plausibili e umane.
Tutto questo non c'è nella commedia degli equivoci di Dario Fo o almeno non emerge.

Il matto (Eugenio Allegri) affetto da istrionismo (mania del travestimento) arriva in questura beccato per l'ennesima volta ad impersonare uno psicologo professionista. La sua posizione di pazzo patentato lo renderà inattaccabile da parte del povero commissario Bertozzo (Giovanni Palladino). Fin da queste prime battute, infatti il pazzo rovescerà la situazione a suo favore, accaparrandosi il ruolo di carnefice sulla vittima, che invece spettava al Bertozzo. Per una serie di accadimenti si offrirà al matto l'opportunità della sua vita: impersonare un giudice e non uno a caso, bensì, un illustre esponente della corte di cassazione, venuto da Roma per verificare proprio il fascicolo intorno alla morte dell'anarchico Pinelli, avvenuto in quella questura.
Il gioco del travestimento si moltiplica nel secondo tempo allontanando sempre di più l'attenzione dalla questione politica e catturando il pubblico nel lato faceto dell'intreccio di personaggi reali e inventati, in parte con l'approvazione dello stesso questore (Luca Toracca).

Echeggiano motivi generali di forte contemporaneità: il conflitto fra giudici e polizia, fra partigiani e fascisti, fra posizioni estreme della destra e della sinistra, la necessità, a livello statale, di coprire malefatti interni e trovare una versione che dia un colpo al cerchio e uno alla botte, così da soddisfare l'opinione pubblica e dargli qualche cosa in pasto per le chiacchiere al bar per i successivi 15/20 giorni.

La figura della giornalista (Mercedes Martini) - che entra in scena solo nel secondo tempo - femmina procace, agguerrita difensora dei principi, non convince in un testo che si propone come teato politico e la presenta con un reggicalze troppo in vista e una gonna troppo stretta, per non parlare del "balcone" prorompente che più che una caricatura ne fa una macchietta puramente tratta dall'immaginario maschile.

Molta della forza del testo giace nella compresenza in scena di varianti regionali dell'italiano che, grazie alla bravura degli intepreti, (egregio l'Allegri che modula senza sforzo dal fiorentino al romano, dal napoletano al reggiano e ottima anche la performance in siciliano di Paolo Pierobon), coinvolge nella questione tutta l'Italia e allo stesso tempo crea una situazione popolare che pone i personaggi (rigidamente inquadrati in gerarchie invalicabili) su uno stesso piano, per via dell'emergenza.

Di dubbio gusto la defenestrazione o "suicidio" del matto, che allontana ulteriormente dall'imporatante tema di fondo, creando un parallelo Pinelli-Matto inutile e, forse, persino offensivo.

Potrebbe interessarti anche: , Giudizio Universale: la Cappella Sistina secondo Marco Balich , Artisti e progetti vincitori di #UBU40 accanto a quelli di Hystrio, Rete Critica e ANCT , Turandot: la trama dell'opera, tra un principe pirlone e donne con scarsa autostima , Acqua di colonia: il colonialismo italiano secondo Frosini/Timpano , Dall'Olanda il teatro-incontro in Perhaps All The Dragons dei Berlin