Magazine Martedì 24 febbraio 2004

Natura quasi morta

L'amante di mia moglie si chiama Martino, e già il nome è da fighetto ricco. In questo momento è legato in piedi al cavalletto d'acciaio che usavo per lavorare alle tele enormi, in bocca ha uno straccio coloratissimo, è quello che uso per pulire i pennelli, diciamo usavo, è un po' che non dipingo. Martino indossa una camicia bianca, penso di Prada, comunque d'autore, pantaloni grigi, penso di Armani, scarpe inglesi marroni: cazzo come odio le scarpe marroni. Vicino al piede destro c'è il suo mignolo della mano destra: gliel'ho tagliato col mio coltello da collezione, quello che mi porto sempre in tasca, quello che fa inorridire mia moglie: "Ma cosa te ne fai di un coltello, sembri un delinquente e poi lo sai che l'avvocato ti dice sempre che non è legale andare in giro con un coltello del genere, con quella lama lunghissima, non è normale andare in giro con un coltello, per niente" dice sempre mia moglie.

Non è stato facile tagliare quel dito, si agitava lo stronzo, non collaborava per niente. Suona il cellulare di Martino, qualcosa come la cavalcata delle valchirie di Wagner, pomposo e ridicolo, lo prendo in mano, lo studio un attimo: sul display appare il numero di chi sta chiamando: il numero di mia moglie. La stronza. La traditrice. Mi viene da rispondere, ma non lo faccio, mi controllo ma con una certa fatica, cerco di respirare con calma.

L'amante di mia moglie, che era svenuto dopo il taglio del mignolo, si sveglia, avrà riconosciuto il suo amato Wagner probabilmente, mi osserva terrorizzato e sgomento, lo stesso identico sguardo lo lancia al mignolo ai suoi piedi, poi si guarda la mano incredulo, mi riguarda e mugugna qualcosa nello straccio sporco di colori acrilici secchi. Chissà cosa vuole dire con tanta urgenza.

Suona il mio telefono, un suono normale, da telefono, è mia moglie, dice: "Ciao…tutto bene…cosa fai di bello?"
Anche lei lo sa che passo buona parte delle mie giornate a cazzeggiare: ma noi artisti siamo fatti così, pieni di momenti morti, che poi non è neanche vero, un artista è sempre al lavoro, anche quando non lo è: la mente lavora e quindi vuol dire che anche io lavoro. Comunque rispondo:
"Mah…niente…taglio del materiale…del materiale nuovo…sperimento…" e osservo affascinato il mignolo insanguinato di Martino e la lama del mio bel coltello da collezione che brilla colpita dalla luce dei faretti alogeni. "Crei…ottimo, allora ti lascio lavorare" afferma lei con una punta di allegria nella voce.

"Si, ne avrò per un po'…sai oggi sono ispirato…ultimamente non è che mi capiti spesso…colgo l'attimo" dico sorridendo come se lei potesse vedermi, e infondo mi piacerebbe che potesse vedere questo interno di studio di artista con natura quasi morta.
"Allora ciao…e non lavorare troppo, mi raccomando" fa lei già proiettata verso un nuovo impegno.
"No, non c'è pericolo…ciao, ci sentiamo più tardi" affermo posando il cordless sul tavolo vicino alla riproduzione fotografica di un mio quadro che ho esposto due anni fa alla Biennale di Venezia.
Prendo in mano il mio coltello, studio compiaciuto la lunga lama e ricomincio a tagliare con calma.


Roberto Saporito


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BLOG: romanzo.blog.tiscali.it
di Laura Calevo

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