Magazine Sabato 21 febbraio 2004

Facciamo un gioco

Facciamo un gioco. Facciamo che tu prendi quel treno, quel giorno, sabato 20 Luglio, da Parigi a La Rochelle. Io ti aspetterò in stazione. Sarò lì. Ma sarò con te anche molto prima di quanto tu creda. Sarò attraverso le parole del racconto che ho scritto per Le Monde. Con noi però saranno anche forse altri seicentomila occhi a leggere e a cercare di capire chi è la donna per cui ho scritto queste parole, invitandola ad accarezzarsi, a percorrere i contorni del corpo, a ripercorrere le parti accarezzate da me, la biancheria intima regalata da me.

Un esperimento voyeuristico più che un invito alla masturbazione. Il piacere condiviso di essere tra la folla e parlare la lingua dei privilegiati, della coppia, degli amanti. Detentori di un segreto caldo che fa scendere goccioline di sudore.
Del resto il 20 luglio sarà un sabato d’estate e lei non potrà che avere un vestitino leggero, le gambe le si incolleranno al sedile.Gli occhi si alzeranno e si abbasseranno per timore di essere scoperta, tutti spettatori e attori dell’esperimento di Emanuele Carrère. Facciamo un gioco è, infatti, la traduzione italiana, pubblicata da Einaudi (pp. 50 euro 6,50) di L’usage du Monde apparso in Francia realmente quel sabato 20 Luglio come racconto inserto de Le Monde. L’uso di Le Monde è un uso del pubblico per sviscerare l’intimo. Del resto quale differenza tra le lettere erotiche di Anais Nin e Henry Miller? Solo il tempo reale. Il tempo di un viaggio in tempo reale per andare a vedere nello scompartimento ristorante, sempre su invito dello scrittore, se la donna che è li, è la protagonista di quel racconto.

Accetterà lei questo gioco? Ne sarà complice? O la loro relazione finirà proprio a causa di questo esperimento? È l’amore anche un esperimento di verifica di reazioni ai nostri giochi? Oppure l’esperimento fallirà ancor prima di cominciare? Dimostrando che bisogna sempre considerare un aspetto nelle relazioni d’amore, la libertà. La libertà di scegliere di cambiare il gioco. Di scendere dal treno, di non prenderlo nemmeno. «Non vengo - diceva Sibilla Aleramo a Dino Campana in un altro famoso viaggio (chiamato amore) - non perché non posso, ma perchè non voglio».
A voi scoprire se la destinataria del racconto di Carrère ha voluto o no.

Marina Giardina
di Daniele Miggino

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