Concerti Magazine Mercoledì 18 febbraio 2004

Gli occhi di Ruggeri

non è solo uno dei migliori cantautori italiani, colui che da anni si porta appresso l’etichetta di quello che capisce le donne come pochi, ma anche un ottimo prestigiatore, capace di tirare fuori dal cappello continue sorprese e brividi, con la massima professionalità disponibile sul mercato.
L’artista milanese l’ha ottimamente dimostrato ieri sera, in un Teatro della Tosse traboccante, in occasione della data genovese del suo nuovo tour semi-acustico, abbinato all’uscita del nuovo lavoro, Gli occhi del musicista.
La prima parte dell’esibizione è decisamente intima, scandita da brani sanguigni e malinconici, molti dei quali tratti dall’ultimo album (Morirò d’amore, La confessione, Uccidimi), da cui emerge il lato folk, quasi balcanico, dell’anima del Rouge, ma anche, e soprattutto, quello chansonnier, a cui forse il pubblico è più avvezzo. La fisarmonica di Davide Brambilla la fa da padrone, portando alla mente fumosi ambienti di bar solitari o di balere dimesse (Andiamo), nella miglior tradizione del cantautorato francese e della Milano d’autore, quella di Jannacci, della primissima Vanoni, del giovane Vecchioni, per intenderci. I testi giocano con immagini e metafore mai scontate, esprimendosi con accenti spesso amari e disincantati, strabilianti per la profonda semplicità di cui si ammantano, dove la malinconia è spesso regina ("Il mondo non passa da qui e non mi importa più di me", recita la bellissima Nessuno tocchi Caino). La retorica è assente, nonostante i testi affrontino temi abusati, quali la solitudine (La preghiera del matto), la guerra (Primavera a Sarajevo) o qualora vengano adattati a fatti di cronaca recentissima (Gimondi e il cannibale, tacitamente dedicata, appunto, a Pantani).
Lo spettacolo è intenso e trasuda emozioni a fior di pelle fin dalle prime battute, in un crescendo entusiasmante, fino a coinvolgere platealmente il pubblico nella sempiterna Quello che le donne non dicono.

Dopo la prima pausa, capovolgimento di fronte: la seriosità lascia il posto all’anarchia e si riparte con un credito di Elio (Il vitello dai piedi di balsa) che, tra giochi sul palco fra i vari musicisti (da cui rimane estraneo l’applauditissimo, ma schivo Luigi Schiavone, l’amico di sempre) e chiacchierate col pubblico, conduce alla parte finale dello show: sul palco fa capolino la Filarmonica di Bolzaneto, nientemeno che con la Marcia di Radetzkji. Ricompare la fisarmonica e la chiusura è sfacciatamente “alla Bregovic” (Il matrimonio di Maria), al cui stile non sfugge neppure la datata Contessa.
Sull’onda dell’entusiasmo del pubblico, tutto in piedi, Enrico decide di regalare un’ultima cavalcata vocale, quella vibrante e rock di Mistero.
Ovazione totale, quasi dieci minuti di applausi. Grande spettacolo, per un autore dalla sensibilità non comune.
Quasi magica.

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