Magazine Mercoledì 18 febbraio 2004

2004... Si può dare di più



A Genova c’erano inoltre interessantissimi cantieri di ricerca che potevano essere presi a spunto per chiamare da fuori autori e artisti. Penso al ruolo decisivo della Compagnia Unica del Porto, bellamente ignorata; a una Genova punto centrale d’immigrazione ed emigrazione in questo secolo, a un passato industriale che meritava di essere ripensato.
Forse è stato per rendere omaggio a quest’ultimo che si è deciso di abbattere un edificio di valore unico in Italia, per costruire il nuovo quartiere della darsena con risultati tragicamente noti a tutti. Sono curioso di vedere se ci sarà il gesto minimo dovuto. Si intitolerà nella città che si voleva capitale europea della solidarietà il museo del mare a Albert Kolgjegja che quella solidarietà non avrà occasione di apprezzarla? E immaginare che non lontano da lì Conrad ai suoi tempi aveva ambientato una delle pagine della letterattura più straordinarie che si ricordino: la fuga in barca, ispirata dai fermenti di libertà che arrivavano da fuori, in Suspense …
Parole e poche idee in città, e soprattutto poco aiuto a chi fa. L’oblio assoluto del senso della ricerca musicale di De André atterrisce: lo si celebra con gli assessori che ben conosciamo e una manciata di cantanti locali. Che contraddizione! Con idee e pochi soldi Peter Gabriel ha invaso le strade di Venezia per un carnevale con i musicisti della sua Real World. A Genova non si sarebbe potuto fare? Con altri nomi, con altri mezzi? In un perimetro diabolico che si estende da Arenzano a Isola del Cantone e arriva ad est a malapena a Capolungo si ritiene che tutto quel che capita a Genova sia straordinario. Dalle parti in cui sono cresciuto (la riviera di Levante, Sori), visto che non hanno ancora distrutto le coste, la gente ha di meglio da fare che vivere di falsi miti e nessuno ha mai preso terribilmente sul serio quel che si fa in centro. Si guarda a Genova con curiosità. Come si può sulla base dei fatti considerarla più importante di Acqui, o di tante città di provincia che con piccoli mezzi fanno cose interessanti? Se ci si tiene un po’ in disparte si vede meglio che c’è gente che continua a prendere il largo e a fare lontano da Genova le cose più riuscite. Inizio 2004: Stefano Boeri rinnova a Milano integralmente la rivista Domus. Mario Dondero va con Giorgio Agamben al museo di arte moderna della città di Parigi. Gianni Martini inaugura in Francia la mostra di Garelli, Fabrizio Gallanti festeggia in Cile un’esposizione e la costruzione di un’Università. Fausto Paravidino spopola, ma tra Londra e Berlino».

Cosa pensa del programma di Genova 2004?
«Uno spasso! Detto con grande affetto: da attento frequentatore dei siti di Lille, Barcellona e della nostra Superba. Visitateli! Mi attrae la mostra di Germano Celant che andrò a vedere con il solito piacere per constatare se Genova ne avrà servito le ambizioni come ha fatto a pochi chilometri da noi Monaco lo scorso anno. Wharol visto alla frontiera era oggettivamente una mostra decisiva. Consiglio la retrospettiva Chagall, di indubbia qualità scientifica, grazie a Martini. Non saprei esprimermi sul resto, vivo lontano e qui non trapela nulla. Rubens: Van Dyck 2 la rivincita? Adoro l’enfasi con cui se ne parla, a 150 chilometri di treno c’è una mostra su Van Dyck, Milano l’accoglie con pacatezza. Perché le mostre di Germano Celant incominciano nella seconda parte delle celebrazioni? Trovo incredibile che uno dei curatori più significativi che l’Italia ha avuto inauguri il suo 2004 senza poter lasciare da subito al Ducale il suo segno.

Cosa si dice e si pensa in Europa di Ge-Nova 2004?
«Nel campo degli addetti ai lavori vale come un plebiscito la sentenza: «È una meraviglia! Finalmente abbiamo una scusa per tornare a Portofino». Sinceramente, non credo che si sappia che Genova è capitale europea della cultura, i francesi - si dirà a Genova: «i soliti provinciali» - hanno dedicato la prima pagina di Le Monde e Liberation a una grande festa che c’è stata in dicembre per l’apertura delle celebrazioni a Lille. I giornali italiani di un certo spessore troppo cosmopoliti hanno dedicato più pagine a Barcellona e Lille che alla lanterna. Sinceramente nessuna traccia di un interesse culturale autentico, solo qualche articoletto di rappresentanza per la Superba».

di Daniele Miggino

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