Magazine Mercoledì 18 febbraio 2004

2004... Si può dare di più

Federico Nicolao è un giovane scrittore e curatore di mostre d'arte, direttore della rivista Chorus una costellazione. Nato a Sori, dopo gli studi svolti presso l'Università di Genova, è partito. I risultati gli hanno dato ragione. Collaboratore culturale di Palazzo Farnese, il Ministero degli Affari Esteri Francesi nel 2002, giurato per la letteratura all'accademia Schloss Solitude di Stoccarda nel 2003, curatore assistente della sezione più lodata della scorsa Biennale d'Arte di Venezia (Stazione Utopia, ideata dallo svizzerotedesco Hans Ulrich Obrist), approda ora al museo di Arte Moderna della Città di Parigi. Andarsene è bene, ma non è necessario, secondo lui. Gli abbiamo chiesto cosa pensa di Genova e quali sono i suoi programmi.

Dopo l'Università, è stato in vari paesi europei. Una partenza programmata?
«Una partenza triste, ma dovuta, per sottrarsi ai limiti di una città in cui la gente è tenuta in scacco da una politica culturale soffocante e di scarsissimo rilievo, ma è incapace di reazioni stimolanti e incline invece a porsi nel ruolo contestabile di vittima. Una preoccupante sindrome di grandeur, dovuta a un’epoca davvero lontana e passata, impedisce tutt’ora di pensare al presente. Dispiace che sia difficile lavorare onestamente per chi rimane in un contesto dove le rare cose positive vengono sistematicamente tenute ai margini.
Penso alla professionalità e all’inventiva di una galleria come Martini e Ronchetti, ai libri della San Marco dei Giustiniani, a Schenone e Giannubilo programmatori al Lumière, al patrimonio dismesso della Griffith, al poco rispetto con cui sono stati trattati tanti ricercatori o giovani attivi nelle professioni culturali, per esempio. Senza un modesto privilegio economico non sarei partito, ma ciò non riduce in nulla le responsabilità di chi è rimasto e crede che Genova sia il centro - negletto o benedetto - del mondo».

Il suo lavoro ha coperto vari campi e vari medium (riviste, mostre, libri, radio). Ce n'è uno che sente più suo?
«Posso rispondere «il prossimo»? Si cerca, con difficoltà, di fare cose semplici e con amore. Giacometti diceva:
«L’art m’intéresse beaucoup, mais la verité m’intéresse infiniment plus… ». Ho sempre cercato di tenere a mente cosa diceva a tal proposito Valery: «Stare nel vero, cioè nel punto a partire dal quale non ci si può che sbagliare. Ogni movimento getterà nel falso; e ci si dovrà muovere necessariamente!».

Come va Chorus una costellazione? Ci sono iniziative molto interessanti in programma.
«La ringrazio del complimento! Parecchi autori, da Gerard Richter, a Michel Deguy, ci hanno scritto, individuando in questa rivista dalle uscite irregolari e dai tanti errori uno spazio di libertà molto vivace. Far esistere Chorus è un impegno gravoso, ma che chiunque può affrontare. Ho scelto il supporto cartaceo a causa di una vecchia passione per i libri, ma penso ai tanti che a Genova non trovano quel che piace loro e mi chiedo perché subiscano passivamente e non provino a fare nei campi più diversi. Con semplice buona volontà resta possibile portare a suonare a Boccadasse tra amici, il miglior musicista del mondo, senza dover sottostare ai capricci di chi si infiamma per un tenore che canta "Napoletana" al Carlo Felice per aprire l'anno di Genova capitale europea della cultura, come fosse davanti a chissà quale prodigio della storia delle arti».

Genova Capitale Europea della Cultura il 2004 può essere una opportunità di svolta per la città?
«Avrebbe potuto esserlo. Si guardi con serenità al 2004 in corso, non come a un’entità astratta, ma come all’anno che stiamo vivendo.
A Genova la scelta di domandare di essere Capitale Europea della Cultura, è stata sicuramente frutto di una presunzione un po’ fuori dal tempo. Tuttavia poteva trattarsi di un rischio da correre e poteva trasformarsi in un’occasione di svolta, se fosse esistita una qualsiasi prospettiva, una classe dirigente o una volontà di investimento da parte dei privati. Non è andata così. Non è stata affatto una questione di denaro come si va dicendo, ma di mentalità. È una semplice questione di idee e di coraggio. Se la città avesse ascoltato per esempio la voglia di Germano Celant di aprire a Genova una fondazione per l’arte contemporanea e di trasferire una delle biblioteche più importanti al mondo in una posizione al tempo stesso radicata e di passaggio sarebbe stato interessantissimo vederne i frutti. Ma la controparte politica sarebbe stata in grado di offrire una vera committenza critica capace di costruire un discorso di pensiero e di confronto? La risposta che mi do è no. Non ritorno sulla polemica Renzo Piano sì o no. Mi sembra sia chiaro a tutti, salvo a chi decide, che la questione non era e non poteva essere Renzo Piano sì o Renzo Piano no, ma Renzo Piano come.

di Daniele Miggino

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