Concerti Magazine Venerdì 13 febbraio 2004

En Roco, passione dal vivo

Magazine - En Roco deriva da En(rico) e Roc(c)o, i giovani fondatori del gruppo che da qualche anno calca le , e non solo. Due chitarre, basso, batteria e violino, quanto basta per sfoderare armonie acustiche morbide e coinvolgenti. Il loro primo di disco, Prima di volare via, ha già ricevuto moltissimi apprezzamenti dagli addetti ai lavori. Ecco cosa ci ha raccontato Rocco.

Parlaci un po’ di voi…
«Gli Enroco nascono circa quattro anni fa. Io ed Enrico (Bosio) ci conoscevamo e suonavamo già da tempo. Proveniamo da due generi diversi, lui dal grunge, io dal punk-rock, ma presto abbiamo trovato una buona convergenza nelle sonorità acustiche che ci caratterizzano come gruppo. Buttiamo giù una linea di chitarra e ci lavoriamo finché non siamo soddisfatti. Enrico è un po’ la nostro factotum, scrive testi e musiche; mentre l’arrangiamento avviene di concerto.
Negli anni abbiamo suonato insieme a diversi collaboratori e amici. Da circa un anno è arrivata Cecilia, che suona il violino, e da quattro mesi Federico, alla batteria.
Abbiamo iniziato registrando qualche provino e - nel 2001 - è uscito, per la , il nostro primo EP, che conteneva sei brani.

Dopo questa esperienza pensavamo di aver trovato una buona collaborazione a Roma, dove ci siamo recati per suonare e registrare. Presto, però, sono sorti problemi e discussioni. Molte cose non sono andate per il verso giusto, così, per circa un anno, siamo rimasti fermi. Finché non è arrivata la Fosbury, una piccola casa discografica ma che lavora molto bene. Con loro siamo riusciti a pubblicare il nostro primo album, “Prima di volare via”».

Come sta andando?
«Siamo contenti. Anche se, a questi livelli, non si può ragionare sulla vendite. Abbiamo stampato circa 500 copie…sicuramente non ci siamo rifatti dei soldi spesi. La critica, però, ci ha accolto molto bene. Abbiamo letto molte recensioni lusighiere, sicuramente più di quanto ci saremmo aspettati. Per ora, questo è l’importante».

Cosa ne pensi di Genova? È una buona piazza per i gruppi emergenti?
«Come substrato culturale Genova è una città molto valida. Lo si è visto in passato e lo si continua a vedere oggi. Ci sono tantissime band, molte di alto livello; mi vengono in mente i Lo-Fi Suck, o i Port Royal, per non parlare dei Meganoidi, un esempio per tutti noi. Il problema è un altro, ci sono pochi spazi per esibirsi, gli eventi cosiddetti “indipendenti” non vengono promossi e recepiti nel modo adatto. Il pubblico non è abituato a scoprire cosa avviene nel sottobosco della nostra città. Così ti ritrovi, nelle poche occasioni in cui si riesce ad organzzare qualcosa, con una platea di venti, trenta persone. E poi è molto difficile trovare date per i concerti. Per noi che vogliamo suonare più di ogni altra cosa, questa è la vera grande difficoltà».

Musicalmente vi ispirate a qualche nome in particolare?
«Non c’è un nome di riferimento in senso proprio. Ci sono gusti diversi in alcuni casi, simili in altri. Anche in questo caso posso citare qualche gruppo o cantante, come Belle & Sebastian, in generale la scena scozzese; personalmente direi Elliot Smith o Nick Drake, ma non si tratta di vere e proprie influenze musicali. È la musica che ci piace ascoltare».

I vostri progetti per il futuro?
«Prima di tutto vogliamo suonare. Stiamo cercando di organizzare il maggior numero di date per il periodo estivo. Faremo qualche festival, ma è troppo presto per parlarne in dettaglio. Abbiamo praticamente già finito anche il secondo disco, che uscirà al più presto».

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