Un po' di Beckett all'h.o.p. altrove - Magazine

Teatro Magazine Teatro Hops Giovedì 12 febbraio 2004

Un po' di Beckett all'h.o.p. altrove

Dimora con corpi
di Mario Jorio
con Barbara Baldaccini, Laura Bombonato, Francesca Camponero, Graziella Cerri, Simona Fasano, Guido Lavespa, Marialaura Oddone
musiche Stefano Cabrera
Produzione h.o.p. altrove

Fino a sabato 21 febbraio, h. 21 (domenica chiuso)

Corpi nudi vestiti di luce.
Cinque donne in nuda carne vestite di pennellate di colore.
Sullo sfondo, una coppia vestita di nero, racconta l’ascesa e la caduta della relazione amorosa, in una lingua inventata.

“Quei due non c’entrano niente”, mi dice Mario e continua “dovevano esserci anche i maschi per fare Lo Spopolatore di Beckett, ma poi per una ragione o per l’altra non ho trovato nessuno. Così di Beckett è rimasto solo qualche frammento qua e là”.

Non è scritto da nessuna parte, ma questo spettacolo di Jorio e dell’h.o.p. altrove, viene da Beckett. Sì, Samuel Beckett. Non il drammaturgo però, no. Dal narratore, meno celebre e altrettanto prolifico, meno letto e studiato ma altrettanto forte e pregnante.
La narrativa di Beckett è indefinibile: ora oralità trascritta su carta, di voci senza corpo, ora didascalia dettagliata di spazi immaginari con frammenti di storie appiccicati.
E’ bellissima e difficile, ma se letta a voce alta è limpida e comprensibile.

Mario Jorio ha usato Lo spopolatore (testo scritto da Beckett fra il ’66 e il ’70) come una didascalia:
"Unico suono degno di questo nome risulta dalla manipolazione delle scale o dai colpi dei corpi che si scontrano l’un l’altro o di uno che si batte, come in preda ad una furia improvvisa, si batte il petto. Così ci sono solo carni e ossa. Le scale. Questi sono gli unici oggetti."
Samuel Beckett

Non c’è parola in questo spettacolo, ma c’è la storia di questi corpi che hanno freddo, paura, sono tristi, allegri, si accarezzano, tentano la fuga, si annusano, tentano di accoppiarsi, cercano conforto o si picchiano. Non c’è parola ma, come scrive Beckett, c’è il suono dei piedi che si muovono, dei baci, delle carni che strusciano, sono battute, si scontrano, vibrano.
La luce li protegge, li allontana dalla fisicità concreta che potrebbero esprimere e li pone nella distanza di un mondo altro. La buca in cui vivono, si nascondono, cadono, risorgono o giocano è dimora e prigione, ma in ultima analisi rifugio.
Le cinque donne in scena si muovono con grande armonia nella loro diversità delle forme, dei movimenti e persino dei caratteri: c’è la modella e c’è la ballerina, c'è la perenne terrorizzata e la sfidante, ma forse la più unica è la donna cannone, perché in scena il suo corpo abbondante e cellulitico è scultura, materia nuova per occhi abituati alla ormai noiosa figura femminile patinata, senza pancia, né fianchi, né muscoli, ormai noiosa dicevo e anonima, forse addirittura muta.

All’uscita dal teatro ho incontrato qualcuno che mi ha detto: “E’ già finito lo spettacolo?”.
“Sì”, dico.
“Com’era?”, dice lui.
“Bello”, rispondo e continuo “a me è piaciuto”.
“Dicono che Jorio abbia risparmiato sui costumi...”
“Sì e con un buco sul palco ha fatto economia anche sulle scene”
“Ah, niente scenografia, manco una sedia? E il testo?”
“Niente neanche una parola”, dico io.
“Un balletto, allora?”
“No neppure danza, direi movimento di corpi in scena”.
"Ma allora cosa resta?", sembra dirmi lui.
Penso io allontanandomi: resta dimora con corpi di Mario Jorio da Beckett.
Da vedere.

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