Magazine Mercoledì 4 febbraio 2004

Profondo Nin

parte seconda

Magazine - Secondo

Viola abita in uno di quei vecchi caseggiati di ringhiera, retaggio di una Milano ormai quasi completamente scomparsa, con un grosso portone in legno che tengono aperto solo di giorno, in cui è tagliata una porticina laterale ad esclusivo uso notturno e pedonale. Pigio il pulsante del citofono corrispondente al cognome indicatomi. Dopo qualche istante d’attesa, una voce femminile suadente e caratterizzata da una leggerissima cadenza meridionale mi risponde:
- Sììì? -
- Salve! Sono Gheppo, l’amico di Jo.
- Ben arrivato, ti apro il portoncino: metti la moto dentro, non si sa mai. A motore spento, mi raccomando! Sali al terzo piano: la porta è quella a sinistra dell’ascensore.
Salgo a piedi: ho bisogno di sgranchirmi le gambe. Sto per pigiare il pulsante del campanello quando la porta in questione si apre, offrendomi la visione di un quadro che mi lascia senza fiato.
La luce ovattata dell’androne avvolge tenuamente una figura femminile semplicemente conturbante: un metro e settanta abbondanti, occhi scuri, capelli corvini tagliati a “caschetto” e un’insieme di curve, anfratti, morbide ed arrotondate sporgenze che solo un sari indiano molto trasparente nascondono parzialmente al mio sguardo, ma non alla mia immaginazione.
Non riesco ad evitare una rapida ma esaustiva panoramica visiva di tanta grazia e la mia esplorazione termina sul suo viso sorridente ed atteggiato alla più sincera comprensione del mio piacevole e sorpreso imbarazzo.
I suoi occhi, che molto rapidamente mi hanno a loro volta esaminato, sembrano voler dire: “Bene, volevo stupirti e ci sono riuscita“.
Tendo la mano per presentarmi: lei la stringe e poi si protende e mi bacia le guance. Vengo introdotto in un ambiente sobrio ed elegante, immerso nell’oscurità quasi totale, se si eccettua la luce di una candela profumata, che libera la sua fragranza nell’atmosfera soffusa creata ad arte.

Mi rinfresco un attimo e poi la donna mi fa accomodare al tavolo da pranzo già apparecchiato per due: "Un panino, dovendo viaggiare tutta la notte, poteva essere indigesto. Ho pensato che una sogliola era più indicata, più leggera: Jo mi ha detto che adori il pesce!".
Solleva il coperchio dello scaldavivande e serve le due trance di pesce insieme ad un’insalatina di radicchio. Poi si volta verso la credenza, prende due flutes e li riempie con dello champenoise che aveva precedentemente messo a riposare in un secchiello pieno di ghiaccio.
"Che attenzione per il particolare" penso, mentre contemporaneamente constato come il pesce sia semplicemente squisito.
Ceniamo parlando di noi, così, tanto per rompere il ghiaccio. Impresa che ci risulta abbastanza agevole, tanto che quando lei, presa dalla conversazione e da un pizzico di civetteria, si sporge sul tavolo verso di me lasciandomi intravedere, tra i lembi del suo sari, i suoi seni pieni e maturi, a me sembra che il ghiaccio sia ormai completamente sciolto.
"La caffettiera è nella credenza", mi sorride cogliendo nuovamente quella luce nei miei occhi, "e il caffè è in frigo: ti dispiace pensarci tu mentre mi preparo per il viaggio?".
Preso nuovamente con le dita nella marmellata, borbotto un’affermazione e mi accingo ad eseguire. Lei si allontana sinuosamente verso l’interno dell’appartamento, anch’esso immerso nella quasi totale oscurità.
Quando ritorna in soggiorno subisco un’altro shock: la conturbante geisha di poco prima ha lasciato il posto ad una pantera nera: pantaloni e giubbotto di pelle, due stivaletti grintosi, uno zainetto sulle spalle, il casco sotto il braccio ed un paio di guanti di pelle, tutto rigorosamente scuro, ed un foulard di seta a fiori a mimetizzare la generosa scollatura.
Ride di gusto del mio nuovo stupore e dopo il caffè mi esorta:
"Andiamo, abbiamo tanta strada da fare!".

A quest’ora c’è poco traffico sulla tangenziale e in mezz’ora siamo a Chiasso: in sosta ci sono una decina di camions frigo con i fiori di Sanremo. Superiamo la dogana e, oltrepassato l’abitato della cittadina di frontiera, finalmente ecco la Svizzera verde. Una sosta veloce all’autogrill di Coldrerio per un altro caffè e poi via di corsa nella notte: ho installato un paio di auricolari anche per la mia compagna di viaggio così Simon & Garfunkel ci accompagnano con le loro voci, mentre davanti ai nostri occhi sfilano velocemente le luci di Bellinzona e di Lugano a fondovalle e dei paesini in altura quando attacchiamo le prime rampe del San Gottardo.
In cima, sullo spartiacque, inizia il lungo tunnel: diciotto chilometri di asfalto sottoterra. Velocità massima ottanta all’ora, noioso perchè monotono e per questo pericoloso a quest’ora della notte.

di Federica Titone

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