Magazine Mercoledì 4 febbraio 2004

Profondo Nin

Primo

Ho messo in moto la Bonneville del ’67: ha sempre un bel rombo, pieno, rotondo! Non è il primo viaggio lungo che mi appresto a fare a cavallo della bicilindrica a V di 650 c.c., la miglior motocicletta che la Triumph abbia costruito nella sua lunga storia motoristica, ma stavolta, cribbio, devo salire a Copenaghen!
Sono quasi duemila chilometri più la traversata in battello da Travemunde, ma del resto che alternative avevo? Quando si ricevono certi inviti e quando, si capisce, questi arrivano dalla persona giusta, non li si può rifiutare.
Un paio di giorni per organizzarmi, ed ora il tempo di indossare guanti e casco, salire in sella, dare un colpetto col tacco sulla levetta del cambio e ingranare la prima e sarò on the road again, come nel famoso blues dei Mamas & Papas.
Quello che nella mia mente non era che una pruriginosa fantasia, è ad un tratto diventata realtà e io devo partire per andare a cogliere un frutto maturo che non aspetta che di essere colto: sarebbe un sacrilegio lasciarlo ad appassire sulla pianta!
Ultimamente il tono dei suoi e-mail s’era fatto più intrigante e il vocabolario usato si era arricchito di virtuosismi che poco concedevano all’immaginazione. Io, per la verità, non mi ero certo tirato indietro contribuendo, con le mie avances, a scaldare l’atmosfera. Ma con le ultime due performance alla tastiera, lei sembrava aver definitivamente saltato il fosso:
"Non mi piace pensarlo, ma qualche volta ho bisogno di te...voglio i tuoi baci, la tua lingua, le tue carezze, le tue lusinghe: voglio sentirmi femmina come tu sai farmi sentire...voglio la tua tenerezza e la tua irruenza, voglio la tua mente tutta per me, le tue orecchie, le tue mani ed il tuo cuore. E mi pentirò di tutto ciò che sto scrivendo ma, per ora, te lo regalo perchè è tuo e ti appartiene. Un bacio solo, ma lunghissimo ed appassionato". Questo recitava il primo messaggio. Il secondo era, se possible, ancora più esplicito:
"Ti piace, eh...questa camicetta marrone stroppicciata, scollata sino al puno giusto...e adesso fai cadere “inavvertitamente” la rivista che tieni in mano e chinati a raccoglierla. Guarda verso la mia scrivania: ho allargato leggermente le gambe e sotto la gonna non indosso niente".
Non sono mica santantonio nel deserto, io. Anzi, per natura, in verità, sono un po' bagascia! E poi, come dicevo, di fronte a certi inviti, anche per una questione di cortesia, non ci si deve far desiderare più di tanto.

Laggiù, a ponente, il sole sta tramontando dietro il promontorio dei Balzi Rossi ed infiamma il cielo di un caldo arancio che lontano ad est, sopra Genova, assume sfumature già purpuree che preludono al crepuscolo. Il mistrale sta scemando, lasciando il posto ad una brezzolina che spira da sud e porta fragranze di mare.
Sto dimenticando qualcosa. Il gas l’ho chiuso; Macondo, il gatto, l’ho portato alla pensione per animali; la segreteria telefonica è inserita e ho lasciato il mazzo di chiavi nel solito posto per mia sorella, che viene a controllare e, dice lei, a riordinare un pò. Cosa ho scordato, allora?
Ma certo, che stupido: ho dimenticato di chiamarla! Non posso mica piombarle in casa così, all’improvviso: diamole il tempo di prepararsi psicologicamente all’incontro e nello stesso tempo evitiamoci imbarazzanti incontri con un qualche Fritz danese che magari, tronfio dei favori appena ricevuti, mi gratificherebbe di uno di quegli insopportabili sguardi tra l’ironico e il compassionevole.
Mentre digito il numero, la mia mente si perde nuovamente dietro alla sua immagine: chi è questa donna?

Si chiama Josephine, Jo per gli amici, e l’ho conosciuta, come ho detto, su una chat line: sai come vanno ‘ste cose, no? Si comincia con i convenevoli e si va avanti entrando sempre più in confidenza fino a che, gli psicologi dicono "complice l’anonimato", si finisce per farsi ineluttabilmente trascinare verso conversazioni pruriginose.
Ma Jo ed io non siamo più anonimi: dopo i nomi, quelli veri, ci siamo scambiati delle fotografie ed evidentemente non ne siamo rimasti delusi se è vero, come è vero, che abbiamo continuato a scriverci e, in certi momenti, a far scivolare le nostre conversazioni telematiche su quei piani di intimità, di promessa, di desiderio di cui dicevo prima.
Come me ha una quarantina d’anni, è milanese ma vive da anni in Danimarca dove ha messo su una piccola scuola privata dove si insegna l’italiano. Due occhi grandi che sembrano talvolta perdersi dietro chissà quale fiaba, impreziositi da una cascata di capelli castani che incorniciano un ovale perfetto, l’amica meneghina si porta a spasso un corpo minuto ma proporzionato, dove due seni sodi e un paio di natiche da antologia dell’erotismo spiccano quasi a voler testimoniare una sensualità che, a giudicare dal taglio che dà ai suoi scritti, indovino dirompente.

di Federica Titone

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