Concerti Magazine Sabato 31 gennaio 2004

Agonia ed Estasi Live al Milk

Magazine - Non vorrei sparare strafalcioni imbarazzanti, ma se la memoria non mi tradisce esiste una teoria abbastanza precisa sul progressivo avvicinamento tra piacere e dolore.
Ehm…diciamo che se non lo ha detto De Sade nei suoi momenti più ispirati sicuramente lo sostenevano i Supplizianti di Hellraiser (e va bene così, sigh!).
Mi sono trovato in un, definiamolo trasporto del genere in via Mura delle Grazie giovedì 29 gennaio: che Bruno Dorella fosse eclettico lo si era già capito nei suoi trascorsi con Wolfango e con Ronin (un po’ troppo imbevuti di Calexico), gli Ovo invece non fanno prigionieri. Pura forza iconoclasta, martellante e ossessiva che trasuda incubi senza forma. Sì, direi che gli Ovo, autentico power-duo, evocano mostri e creature che non hanno né i contorni di Chtulu né quelli del Golem, svegliano piuttosto le nostre paranoie e frustrazioni interiori.
Vi domanderete: le esorcizzano o le amplificano?
Entrambe le cose ed è per questo che li trovo molto interessanti, riavvicinandomi così alla teoria iniziale.

La cantante/chitarrista, bell’ incrocio tra Tiresia e Tetzuo, salmodia incessantemente in una lingua tutta sua una nenia che si sposta dalle ninne-nanne al “growl”death-metal, la sei corde è sepolta nel feedback mentre Bruno Dorella, travestito da Babau mascherato, percuote le pelli con furia primitiva e precisa, sperimentando inoltre, con riuscitissimi risultati, l’effetto percussivo (balisticamente parlando) di un basso elettrico super effettato.
Ho trovato molto affascinante l’uso non convenzionale di strumenti come violino, giocattoli per bambini e capelli (!!!).
Il risultato è un sulfureo incrocio tra Neurosis e Zenigeva, per stomaci forti me ne rendo conto, ma li promuovo a pieni voti per il coraggio e per l’intraprendenza, rara di questi tempi.

Coordinate parzialmente diverse per i genovesi Calomito, nel senso che la libertà d’espressione è comune ai primi, ma non la musica.
Nei combo cittadino infatti balza agli occhi l’affiatamento che li tiene sul palcoscenico e la piena padronanza degli strumenti: il mood potrebbe sembrare classicamente jazz, ma è solo un illusione, gli strumenti svisano tranquilli in aperture e break che intingono nel progressive, come nella psichedelica alla Ozric Tentacles. Il tessuto musicale è talmente ricco e strutturato che talvolta hai l’impressione di sentire schegge di funky da black-exploitation quanto Ennio Morricone. Ha detto bene l’amico Giacomo definendoli gli “Area indie rock”. Da ricordare le immagini proiettate sullo sfondo che hanno viaggiato perfettamente accordate con la musica. Bravi, davvero bravi. La domanda è una e nasce spontanea: perché i Calomito non hanno un contratto discografico? E soprattutto, perché non c’erano seicento persone ad applaudirli?!

God bless the children of the beast.

Di Marco Giorcelli

Tutte le foto sono di Federico Tixi

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