Magazine Venerdì 30 gennaio 2004

Mosaico 3^Parte



Dopo averne parlato a lungo Guglielmo , Mario ed Adele hanno deciso di aprire quella busta. La grafia è una grafia reale, la lingua che l'inchiostro riporta è per tutti e tre assolutamente sconosciuta. Adele, ancora sconvolta per quello che è successo, nonostante tutto riesce a mettere ordine a tutti i pensieri che le affollano la testa; lei è l'unica ad aver parlato con quel l'uomo, la sola a conoscerne il nome e la sola a sapere che Eric Gustav Front III era Belga; partendo da questo intuisce che la lingua usata in quella missiva potrebbe essere il fiammingo.
Mentre il capotreno ed un medico si muovono per far sì che quel corpo trovi riposo il più presto possibile, i tre ragazzi sono riusciti ad avere il permesso di cercare tra i suoi bagagli qualcosa che possa rendere più semplice la loro missione. I documenti ne dichiarano la solitudine, al suo indirizzo della Costa Azzurra, raggiunto grazie al cellulare del dottore, non risponde nessuno. Apparentemente Eric Gustav Front III non ha nessuno che possa essere preoccupato in mancanza di sue notizie, è tristemente possibile che nessuno piangerà per la sua morte. I soli testimoni di quella che è stata la sua vita sono i suoi vestiti, di gran classe, la foto ingiallita di un bambino in fasce, e una decina di quaderni scritti in un francese fittissimo ma chiaro; dalle prime righe di ognuno si capisce che sono ciò che lui stesso aveva definito i diari del viaggio chiamato vita.
Adele, l'unica ad essere in grado di decodificare quella lingua, comincia a leggere i diari a voce alta, traducendo istantaneamente affinché anche Mario e Guglielmo possano entrare nella vita di quell'uomo, tutti e tre vogliono almeno intuire dove approderanno alla fine del viaggio che hanno deciso di intraprendere.

Quando lascio la spiaggia ho davanti il loro viaggio, sento quello che diranno, vedo la loro vita che cerca di prendere forma su un foglio che non vedo ma che sto riempiendo con una penna invisibile, sulla carta mi muovo con la disinvoltura di un cieco in casa sua, so dove finisce una riga e dove ne comincia una nuova ; più vado avanti però, più mi accorgo che le loro facce perdono consistenza, tutto diventa confuso, assolutamente senza senso. Di colpo torno a vedere la strada, il mio racconto ha permesso alla mia auto di rapirmi, di portarmi sul cavalcavia di una stazione. Quando scendo dalla macchina mi tornano alla mente i discorsi fatti con un amico tanti anni fa; l'immagine dataci dalle decine di binari che si muovono verso l'orizzonte aveva colpito entrambi con la stessa forza. Ogni binario è paragonabile alla vita di una persona. In ognuno di noi ci sono due aspetti che si rincorrono incontrandosi solo in un punto perso nell'infinito, ogni vita è sola, ha una partenza ed una destinazione nate con lei, ogni tanto capita che due binari si incontrino, percorrano un tratto di strada assieme prima di tornare alla loro solitudine in attesa di nuove stazioni. Da quassù, sotto un cielo in cui la luna è sparita ridando luce alle stelle che prima copriva, ho l'impressione di vedere l'umanità che scorre ai miei piedi, vedo la mia vita e vedo i binari con cui ho fatto un po' del mio viaggio prima di abbandonarli, cerco di capire quale sia la strada che hanno percorso i binari che avrei voluto ma che non ho mai raggiunto. Vorrei ancora un po' di vino per lavare via le angosce che hanno oscurato il fluire del mio romanzo ma la bottiglia è rimasta sulla spiaggia a testimoniare il mio passaggio.
Torno in macchina perché stanco di fare un viaggio che non capisco, la radio ha deciso di tirarmi su regalandomi canzoni che ascoltavo tanti me stesso fa, quando il mio futuro lo avevo di fronte e non alle spalle, quando credevo di voler diventare ad ogni costo quello che ora sono. Guido senza neanche vedere la strada mentre la spia della benzina illumina il mio fallimento, non so dove mi trovo e solo quando capisco che ci sono poche lacrime di benzina nel serbatoio trovo la strada di casa.
Ho passato un'altra notte a cercare risposte che non ho trovato, e ora una volta di più sono fermo sulla mia poltrona a fissare il nero della canna della mia pistola, tante volte mi sono trovato di fronte a lei tante volte ho immaginato il proiettile mentre esce dal caricatore per attraversare il mio cervello, mai con la tranquillità di oggi. I primi raggi di sole filtrano attraverso le tende; mentre mi chiedo se sarà un boato l'ultima cosa che sentirò, vedo la mia vita e quella delle mie creature di inchiostro senza vedere il confine tra l'una e le altre. Io sono pronto, il mio pollice pure. Il tamburo si allontana prima di corrermi incontro per darmi la pace che non sono riuscito a trovare.

di Francesco Cascione

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