Magazine Venerdì 30 gennaio 2004

Mosaico

Magazine - E' notte, è di nuovo notte ed io sono ancora una volta seduto ai piedi del letto, al buio, ad osservare il tempo che passa nel continuo cambiare del mio orologio; il sonno è passato anche stanotte, annegato nel sudore nel quale sono immerso: fuori ci sono 30 gradi, sembra di essere in una sauna. La casa è avvolta da un silenzio irreale, solo il frigorifero e qualche macchina che ogni tanto sfreccia qua sotto mi ricordano che non sono sordo ma che è arrivata una nuova Estate.
Sono ancora sospeso tra la voglia di dormire e quella di scrivere quando mi ritrovo alla guida dell'auto, pronto a girare come la merda nei tubi, senza una meta, senza persone da incontrare o posti da vedere, sono solo con i miei pensieri e con l'unico ricordo che riesco a mettere a fuoco: quello dei suoi occhi quando le ho detto addio.
La strada è così deserta che mi ricorda il silenzio che si crea nelle stanze affollate quando, per una strana coincidenza, tutti i discorsi s'interrompono contemporaneamente.
Solo le puttane dividono con me una città addormentata, una città che sembra abbandonata dai suoi figli, sono loro le vere padrone di quello che resta, sono loro la dimostrazione vivente che la globalizzazione esiste: credo che neanche in un aeroporto internazionale si possano osservare tante fisionomie, tanti colori, tanta umanità. Una volta un clochard che ho intervistato mi ha reso partecipe di una sua personalissima teoria secondo la quale esistono due categorie di prostitute: in una ci sono le Boccadirosa, quelle che lavorano perché bruciate da febbre di vita; le altre invece sono come angeli caduti e rapiti dai nuovi orchi, violentate silenziosamente dai clienti che, avendo i soldi, possono ignorare il significato di concetti come il rispetto per la vita degli altri in qualunque sua forma. Le guardo e mi chiedo quali fossero le loro ambizioni prima di atterrare sul marciapiede; le guardo e mi rendo conto che molte di loro non sono cresciute abbastanza per sapere che cosa sia un progetto.
Il piede cade sull'acceleratore, fuggo dai pensieri mentre la città corre sotto le ruote sputandomi in faccia un'illusione di vento che svanirà, assieme al refrigerio, con il prossimo semaforo rosso.
«Cosa farai l'Estate prossima?»
«Non lo so.»
«Passerai da qui?»
«Dovrei?»
«Non lo so... non lo so...»
Frammenti di discorsi tornano alla mente, li ascolto e non li riconosco, non so se li ho mai vissuti, forse sono solo pezzi di un sogno ancora da sognare, forse sono il ricordo di una notte come questa, una notte in cui sono approdato su una spiaggia in compagnia di una bottiglia di vino bianco ghiacciata, per guardare il mare, per interrompere il suo continuo venirmi incontro lanciando sassi.
La luna è grandissima e l'acqua, colorata d'argento, sembra che mi stia chiamando per darmi un po' della sua freschezza. La luce cerulea mi mostra i resti della giornata di qualcun altro, ovunque mi giro vedo cicche di sigarette, tappi di bottiglia schiacciati e consumati dal tempo. La prima golata di vino sembra alleggerirmi da un peso che non sapevo neanche di avere; fisso l'orizzonte e cerco di capire cosa manca al mio romanzo per potergli dare vita, cerco la chiave per aprire la mia mente e versare ciò che essa racchiude sulla carta...
Un viaggio, tutto potrebbe cominciare con un viaggio:

«Porca puttana, ti vuoi muovere?» «Mi sto muovendo, mi sto muovendo! Piuttosto qual è il binario del nostro treno?»
«E' il decimo, su forza con quel cacchio di zaino!»
Sono anni che si ripete la stessa scena: ogni volta che devono fare un viaggio passano settimane a studiare i tempi, a disegnare ogni minuto per poter viaggiare almeno una volta senza patemi. Guglielmo è sempre stato piuttosto preciso, vorrebbe arrivare in stazione mezz'ora prima della partenza "perché solo facendo cosi è possibile trovare i posti migliori". Di solito è sempre Mario a far saltare qualunque piano. Di solito, ma non quest'anno. Quest'anno Mario era puntuale come la morte, spinto da un forte scrupolo di coscienza e da un appuntamento fasullo capace di tenere conto con precisione balistica del sicuro ritardo. Quando si è reso conto che Guglielmo era in ritardissimo, non gli sembrava vero di poter finalmente restituire all'amico anni di prediche. Quando Guglielmo è arrivato e ha visto il suo amico con la faccia di uno che è in stazione da più di un'ora, ci ha messo un po' a capire che il tono della voce, l'espressione assunta non erano quelle di uno incazzato nero, e neanche quelle di uno che sta perdendo il treno delle vacanze, quelli di Mario, invece, erano gli atteggiamenti di una persona intimamente soddisfatta e consapevole che in qualunque momento nei giorni successivi avrebbe usato quel momento davanti alla biglietteria di Santa Maria Novella per farlo sentire poco meno di una merda.

di Francesco Cascione

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