Tutta colpa di una parrucca - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Mercoledì 28 gennaio 2004

Tutta colpa di una parrucca

La brocca rotta di Henrich von Kleist
traduzione e regia Cesare Lievi
interpreti Franca Nuti, Giancarlo Dettori, SAndra Toffolatti, Marco Balbi, Emanuele Carucci Viterbi, Leonardo De Colle, Piero Domenicaccio, Giuseppina Turra, Paola Di Meglio, Carlotta Viscovo
scene e costumi Maurizio Balò
luci Gigi Saccomandi

Al Teatro della Corte fino a domenica 1 febbraio

Tutto bene.
Cesare Lievi con La brocca rotta, di Heinrich von Kleist, ha fatto tutto bene.
Le luci sono uno spettacolo.
La scena espressionista è intelligente e parla insieme agli attori in scena.
La traduzione, dai versi di Kleist alla prosa, sempre di Lievi, è scorrevole e sufficientemente moderna ma non troppo.
Tutto bene, perché ogni elemento del fare teatro è curato nel dettaglio e ritorna alla platea in tutto il suo rigore e non si ferma lì, ma va avanti nella sua funzione profonda: diventare atto comunicativo.
Tutto bene, quindi, perché tutto in scena parla e non fa décor.
All’inizio, silenzio e luce ci introducono nella notte del misfatto: non c’è racconto del fatto, né mimesi dell’azione, solo il trambusto, come quello di un temporale, di corpi e luci in uno spazio. Fila tutto talmente liscio, è già talmente piacevole che per un attimo l’idea di un teatro muto-narrativo sfiora la platea che comincia a tossire e così arrivano anche le prime battute, ma lì per lì, se la stagione lo avesse permesso anche tra il pubblico, il silenzio sul palco non disturbava affatto.

La brocca rotta (scritta nel 1806 e messa in scena da Goethe nel 1808 a Weimar) drammatizza la piccola società di un borgo danese alle prese con la cattiva coscienza di Adamo e Eva, che non sono i nostri avi, ma due comuni mortali, un giudice e una giovane donna in aria di nozze con un contadino del paese. I due, che soli conoscono la verità intorno alla preziosa brocca rotta della Signora Marta Rull (madre di Eva), si ritroveranno in Tribunale, allibiti l'uno di fronte all'altra, per il processo voluto dalla Signora Marta contro il fidanzato di Eva, Ruprecht, primo sospettato del danno materiale e anche accusato di aver sciolto il fidanzamento e disonorato così la figlia Eva. Il processo è complicato dalla presenza “straordinaria” nel borgo del consigliere Walter, inviato dal governo per un controllo inaspettato sulla giustizia locale. A far luce sula vicenda sarà il cancelliere Licht, per l’appunto, grazie alla confessione della stralunata, ma preparata, Signora Brigida, zia dell’imputato.

L’intrigo è la messa in scena di un vicolo cieco, in cui tutti i personaggi sono bloccati. Il senso figurato della vicenda è espresso limpidamente a livello scenico: ci troviamo di fronte alla ricostruzione smisurata di un angolo di una stanza, di cui vediamo solo due pareti, completamente bianche e nude, sul cui angolo acuto sono addossati mobili e attori, come in seguito ad una forte tempesta che lì li abbia ammucchiati e intricati per via di una strozzatura. La grandissima finestra, sulla parete sinistra, troppo in alto per essere raggiunta umanamente, è praticabile solo arrampicandosi sugli scaffali sottostanti e quindi esprime poco il suo essere potenziale via d'uscita mentre, nelle fitte quadrature del vetro, ripropone il tema e le maglie della rete.
L’Adamo di Gian Carlo Dettori, giudice giudicato, regge benissimo la tensione tra chi “è in preda alla purga e ai suoi effetti” di fronte al Consigliere Walter (un bravo Marco Balbi che sta nel suo ruolo senza farsi mai vedere come attore); mentre è spavaldamente ironico, persuasivo e prepotente con la “bella” Eva (un po’ mogia nella versione di Sandra Toffolatti). Franca Nuti e la sua Signora Marta sembrano appartenere ad un altra storia, quasi un mito greco, che si inserisce tra i personaggi moderni per dare una lezione, difficilmente impartibile a delle “vecchie” – e giovani – canaglie tese solo a soddisfare il loro personale interesse – possedere Eva nel caso di Adamo, ottenere un salvacondotto per il fidanzato nel caso di Eva.

E’ un bel classico: divertente, tutto sommato ben interpretato dall’ensemble e, senza dubbio, registicamente ben risolto all’insegna di una semplicità alta volta a dare ad ogni elemento il suo giusto spazio e ad utilizzarlo nella sua giusta funzione.

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