Una breve vacanza - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 26 gennaio 2004

Una breve vacanza



Il tempo passa e i ragazzi cominciano a diventare nervosi. Posso comprendere questi ventenni che arrivano da un altro mondo e devono scontrarsi con una realtà che forse non immaginavano. Pazienza per loro che, tra l’altro, ogni giorno vedono cadere qualche compagno, ma non è accettabile lo sconcerto degli ufficiali. Pensavano di entrare in Iraq per una passeggiata di salute, oppure hanno creduto agli strateghi che, seduti davanti ad un computer, avevano fantasticato di rapide vittorie e passerelle trionfanti? In entrambi i casi definirli ingenui appare fin generoso; capisco che non spetti a me stilare giudizi, ma il mio dramma personale deriva dal dovermi giornalmente confrontare con questi personaggi e ciò non mi rende allegro. Voi potrete anche pensare che sono un ingrato, visto il lauto compenso riconosciuto per il mio lavoro, ma il problema io lo conosco in tutti gli aspetti più reconditi e la mia incolumità non è che una punta di iceberg, punta che ovviamente vorrei non si spezzasse.

Non sono così ingenuo da non capire che ancor prima che militari, ci siano grandi interessi politici dietro l’affanno di chi vorrebbe una rapida soluzione della questione irachena, ma ho abbastanza esperienza da poter asserire che solamente il tempo ed interventi ad ampio respiro potranno contribuire sia alla pacificazione generale che alla nascita di un governo democratico che possa durare nel tempo. Personalmente non me ne frega niente se il texano riuscirà a confermarsi alla Casa Bianca, o se invece verrà scalzato da qualche candidato democratico di cui, tra l’altro, non si conosce ancora l’identità, ma la vera questione è che nemmeno al popolo iracheno tutto ciò interessa, meno che mai a tutti coloro che ambiscono a guadagnare posizioni strategiche per il futuro; più anteriore che prossimo.
Sono non solo gli sciiti, che rappresentano la maggioranza della popolazione, ma anche i sanniti che a lungo, grazie alla famiglia Hussein, hanno goduto di grandi privilegi, e persino la minoranza cristiana, poco disposta a cedere il valore del proprio peso: piccolo, ma specifico.

Tutto ciò senza dimenticare i milioni di curdi che in questo contesto, contrariamente a quanto ufficialmente dichiarano i loro leader, tenteranno ogni strada per ottenere, se non proprio la nascita di uno Stato indipendente, quanto meno una fortissima autodeterminazione. Soluzione, quest’ultima, invisa a molti sia dentro i confini iracheni che fuori, paesi confinanti come la Turchia in primis. Ce ne sarebbe a sufficienza per convincersi che i tempi lunghi non solo sono fisiologici, ma addirittura diventano opportuni e strategici in quanto non credo gioverebbe a nessuno una soluzione pasticciata, anche perché ogni nodo torna al pettine e noi arabi abbiamo capigliature molto ispide.
Il tempo passa ed anche io comincio a diventare nervoso: non perché abbia fretta di risolvere un problema che solo con calma si potrà risolvere, e nemmeno perché circondato da uomini che hanno fretta in quanto il loro mondo va di fretta. Il mio nervosismo si chiama nostalgia: sono mesi che sono lontano da Beirut e dalla mia famiglia. Ho voglia di riabbracciare la piccola Jasmine, rivedere gli altri miei figli e le mie quattro mogli. E dato che qui le cose andranno ancora per le lunghe, penso proprio che tra qualche giorno mi prenderò una breve vacanza.

Josef

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