Magazine Lunedì 19 gennaio 2004

Mario Santagostini @ Moleskine

Magazine - Percepire lo sfinimento del tempo è abbandono alla "mutazione infinita"?
Non so cosa sia, esattamente, lo sfinimento del tempo. Non credo che, comunque, esista un sentimento dell’abbandono al tempo. Piuttosto, penso che ci sia in tutti noi una specie di principio di resistenza a qualcosa che, tutto sommato, ci porta via. Ma è molto strano: in fondo la vera, totale adesione alla vita sta nell’immergerci in un flusso che ci trascina non si sa dove: come entrare in quanto è vitale e non vitale insieme. Quindi è un sentimento profondamente cointraddittorio, duplice, ambiguo. Euforico e discorico insieme. E’, in fondo, la malinconia assoluta (molto dolce e molto devastante) di avvertire il vivere e, nello stesso momento, anche la sua radicalissima, tragica finitezza. I poeti che amo di più sono quelli che riescono ad afferrare, definire questa duplicità. E non sono nemmeno pochi.

La voce di un poeta è capace di disegnare l'illusione della purezza?
Se per purezza intendi il ridurre all’elementarità più radicale le cose, penso di sì. Se intendi invece enfatizzarle, purificare (o illudersi di farlo) quello che puro o bello non è affatto, ti dico ancora sì. Ma si tratta di due modi molto diversi di vedere la vita. Preferisco il primo, di gran lunga. E il termine illusione mi sembra vagamente estetizzante, in fondo falsificante.

Cos'è per te, "l'idea del bene"?
E’ una bella domanda. Forse, è proprio quella elementarità totale, pura dell’essere di cui parlavamo prima. Una sorta di visione eideica che, in qualche modo, ci fa da guida e orienta i nostri gesti, il nostro agire. Anche i gesti più infimi, il cosiddetto quotidiano. Se perdiamo di vista quella “idea”, tutto sembra gratuito, privo di senso, desolatamente ripetitivo e insensato. Se al contrario l’avvertiamo, allora lo spazio al pessimismo si riduce per lasciare posto a una frontalità desolante ma, almeno, autentica.

Dolore e rinascita (metempsicosi) hanno un rapporto nella tua poesia?
Non credo. Anche se sarebbe bello se fosse così, che il dolore fosse collegato a un rinascere, a un ritornare post mortem. Io non avverto, in verità, un sentimento panico verso il mondo, e nemmeno avverto un valore positivo nel soffrire. Mio e altrui. Ma, probabilmente, inconsciamente tutti crediamo a quel ritornare.

L'esistenza di M. Santagostini vive più di immaginazione o di memoria?
Io penso di memoria, anche se noi trattiamo sempre la memoria attraverso l’immaginario, rielaboriamo. E dunque tutto si confonde, o si chiarisce.

La poesia deve comunicare o mandare messaggi?
Secondo me, è un falso problema, un residuo del vecchio e affascinante “poesia e non poesia” di Croce. Se io mi esprimo, a quel punto comunico qualcosa di me. E ho mandato un messaggio. A meno che per messaggio non si intenda una tesi. Ma, in ogni caso, non ci sono grandi poesie che propongono tesi, visioni del mondo, modi di pensare, forme di adesione alla vita?

In una tua bella intervista rilasciata a Christian Sinicco tu hai detto: "La poesia di Andrea Zanzotto, ha un fascino indipendentemente dal messaggio o dal contenuto" , Tu sicuramente sei un poeta dai contenuti molto profondi, cosa ti attira della poesia solamente "estetica" seppur di grande effetto sonoro?
Io credo che quello che tu chiami (à la Contini?) effetto sonoro non possa mai essere slegato a un contenuto. Per quanto sonorizzate, le parole restano pietre. Per quanto provino a farcelo pensare dall’Ottocento in poi, la poesia non è ancora la musica. E la complessità fonica (e perfino fonologica) di Zanzotto ha in sé una paranoia vitale, psichica, fisica che mi ha sempre colpito. E non finisce di farlo, visto che vado avanti a leggerlo e mi accorgo di non capirlo mai fino in fondo.

La dimensione orale, talvolta teatrale della poesia quanto è importante ?
Per alcune “scuole” si. Ginsberg (che scriveva l’Urlo negli stessi anni in cui Zanzotto scriveva Vocativo…) è impensabile senza l’oralità. Curiosamente, per gli autori che ami di più non lo è. Anche se ascoltare leggere Luzi o Raboni o Cucchi o de Angelis mi da sempre qualche brivido. Ci sono poi autori che, a sentirli, mi sento curiosamente spiazzato rispetto a una eventuale lettura mentale già effettuata. Per esempio Patrizia Valduga. O Jolanda Insana. O una autrice come la Tolusso. Poi ci sono autori che leggono abbastanza male, e mi metto tra quelli. E sarebbe interessante capire cosa davvero succede in questo strano passaggio dalla scrittura alla fonìa.

L'intervista continua su

di Daniele Miggino

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