Il tempo e la stanza - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Martedì 13 gennaio 2004

Il tempo e la stanza

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Il Tempo e la stanza
di Botho Strauss
versione italiana Roberto Menin
interpreti Micaela Esdra (Marie Steuber), Franco Alpestre (Julius), Andrea Lavagnino (Olaf), Daniele Valenti (L’uomo senza orologio), Tiziana Avariata (L’impaziente), Giuseppe Bufera (Frank Arnold), Martina Carpi (L’addormentata), Massimo Reale (L’uomo con il cappotto), Adriano Braidotti (Il perfetto sconosciuto)
scene e costumi Alberto Verso
regia Walter Pagliaro

Al Teatro Duse fino al 18 gennaio

E' possibile acquistare il biglietto per il teatro su www.happyticket.it

In platea prima dell’inizio dello spettacolo si parla tedesco.
Difficile comprendere anche poche battute di quel dialogo vivace.
Sul palco si mette in scena, forse con troppa drammaticità e poca ironia, il passare del tempo in una stanza. Testo difficile, questo di Botho Strauss, scollegato e volutamente frammentario a cui avrebbe giovato una reia più coraggiosa, un certo distacco nella recitazione, toni meno melodrammatici per personaggi che sono appena abbozzati, seppur profondi, anime perse nel tempo e nello spazio: "attori passanti", come li definisce il regista Pagliaro nelle sue note.

Una serata ad ostacoli. Il primo è visivo. La quarta parete è infatti tutta occupata da un pannello di vetro diviso a settori da fughe nere: una smisurata finetra della stanza, per l'appunto a cui qualche personaggio si rifiuta di rivolgersi, altri attinge ispirazione per superare e sopportare il tempo dell'esistenza umana.

I personaggi che dapprima appaiono individui slegati, si scoprono lentamente condividere qualche momento comune, in qualche punto della loro vita, ma è fragile illusione perché posti l'uno di fronte all'altro sono anche capaci di relazionarsi come perfetti sconosciuti.
E' teatro nel teatro, dove i caratteri, più che i personaggi, vagano come vagarebbero nella mente del drammaturgo a cui appartengono e in lui si modificano: si incontrano e si lasciano, mutando anche completamente i rapporti tra loro, salvo poi mantenersi ingessati in quanto caratteri. E così c'è: L’uomo senza orologio, L’impaziente, L’addormentata, L’uomo con il cappotto e Il perfetto sconosciuto. Tra questi, alcuni privilegiati, hanno un nome proprio da vantare: Marie Steuber, Julius e Olaf, possiedono nomi e quindi identità un po' più evolute e definite seppur sempre mutanti. Così Marie è colei che ha dato tutto agli uomini, di tutti i tipi, ma non sa chi è. Julius dopo un amore giovanile con L'addormentata, ora vive una relazione omosessuale molto complessa in cui forse Olaf non è che il suo alter ego. Olaf resta zitto per quasi tutto il primo tempo per poi improvvisamente partire in un monologo egocentrico che lo mette a nudo anche letteralmente.

Il secondo tempo sembrerebbe quasi un altro spettacolo se non fosse per qualche carattere che ritorna, qualche storia già annunciata da Marie Steuber, personaggio preveggente e forse diabolico, introdotto, nel primo tempo, dalla voce di Tom Waits in un pezzo per The Black Rider, di Bob Wilson.
La musica è un biglietto da visita che il regista utilizza per anticipare i personaggi e le loro caratteristiche (in repertorio anche i Massive Attack). Nel secondo tempo al posto della musica, Pagliaro utilizza un rumore assordante (che sveglia il pubblico affaticato) di una fabbrica, forse una tipografia, e il ritmo si fa più incalzante i personaggi si presentano in siparietti con altre figure ed emergono episodi alternativi alla stanza, dove il tempo è meno intimo, sembra quello fugace dello scatto fotografico: pezzo di un'esistenza staccata dal resto in un certo momento e spazio e magari insignificante.

Nelle note di introduzione allo spettacolo si legge un profilo sull'autore e sulla sua poetica che è difficile rintracciare in questa particolare produzione dell'Associazione Culturale Gianni Santuccio, leggiamola:

Botho Strauss (1944) è uno degli autori più signiicativi del teatro tedesco contemporaneo, rappresentante di una drammaturgia che eleva a sintesi della solitudine collettiva il disagio dell'artista nei confronti delle strutture classiche del racconto e che, soprattutto attraverso la lucidità del linguaggio usato dai suoi personaggi, tende alla scoperta di un nuovo romanticismo "della disillusione". Scritta nel 1989, Il Tempo e la Stanza può essere vista come la summa dell'esperienza teatrale di Strauss, depositaria dei temi essenziali della sua poetica: le nevrosi dell'uomo moderno, l'incomprensibilità delle regole del mondo, la vana ricerca di se stessi, l'isolamenteo e lo smarrimento del singolo.

Resta la voglia di capirlo Botho Strauss e di vederlo ancora, forse in un'altra versione o semplicemente un'altra volta.

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