Magazine Mercoledì 7 gennaio 2004

Risiko

Parte seconda

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Penso a mio padre, alle prime raccomandazioni che mi faceva negli anni ottanta. Probabile che ne sapesse poco più di me, in fondo, non era un fenomeno della sua epoca, lo stava per diventare nella mia. Gli anni bui dell’oscurantismo e della castità non ci sono stati fortunatamente, o meglio, all’inizio ci sono stati, ma sarebbe stato lo stesso anche se avessi vissuto nella “Summer of love”: avevo problemi di comunicazione, ma poi si è accomodato tutto.
E adesso, viaggiamo tutti più informati, smaliziati, vuoi anche più assopiti.
La domanda nasce spontanea e per certi versi esula un po’ dal fulcro della discussione: “Ma allora oggi si tromba di più?” Boh?! Non so, ieri non c’ero e se c’ero dormivo. L’altro ieri c’era mio padre (che non c’è più oggi) e quindi chissenefrega, da trent’anni a questa parte diciamo che vediamo più o meno sempre lo stesso mare e le stesse spiagge. L’acqua non è più così limpida, ma va bene dai, ci si rinfresca comunque.
Tutto questo non alleggerisce la pena delle mie sedute nella sala d’attesa.
Sto lì tapino, curvo a riflettere su statistiche tutte mie, improvvisate basandomi sulle abitudini e i discorsi degli amici. E poi mi chiamano. Il cognome esce secco dagli altoparlanti, come se dovesse essere seguito da colpa e condanna. Vado a farmi togliere il sangue e mi ritiro a casa cercando di tenere la mente sospesa in un vaso pieno di acqua minerale.
Mia madre lo sa, sa bene perché sono uscito, ma non mi dice nulla, mai. Mi chiede i risultati solo quando torno e la sua indifferenza è enigmatica, non capisco se ha totale fiducia nelle mie scelte oppure non le importerebbe comunque un risultato "positivo". Ne abbiamo parlato, ma è una cosa delicata, un origami strano che non sappiamo mai da che parte girare. Mi chiede se uso anticoncezionali, io le rispondo” talvolta sì, talvolta no” poi mi scoccio, sbuffo e cerco di cambiar discorso. Fondamentalmente risico e lei comunque non insiste. Ha più classe.
“Va là, va là patacca…anche stavolta t’è andata bene…” La griglia si solleva dall’aorta e defluisco nelle migliaia di vasi sanguigni. Mi perdo dentro tutta la felicità di me stesso. Sono vivo. Resterò vivo. Nessuno mi compatirà o mi fisserà con occhi languidi. Andate tutti a cagare, io vivo. Fino a poco prima pregavo con la dignità di un Kapò “Gesù Cristo non farmi morire di Aids, ti prego. Posso subire tutto, ma non questo”, e adesso salirei su una Harley con gli ZZ top a manetta.
Se questo è un uomo.

""
Lou Reed


di Marco Giorcelli

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Oggi al cinema

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