Intervista agli autori di Fotofinisc - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 3 gennaio 2001

Intervista agli autori di Fotofinisc

Magazine - A dirla tutta, gli invitati siamo noi: andiamo a trovare gli autori durante la pausa prove.
Hanno voglia di parlare ma forse avrebbero ancora tante cose da dirsi sullo spettacolo e aspettano le domande per entrare nel ruolo degli intervistati.
Come mai non ti sei riservato il ruolo da protagonista?
Aldo: E’ stata una scelta precisa. Non credo che sarei riuscito a far bene tutt'e due le cose o stai su o stai giù - n.b. dal palcoscenico. Se avessi più esperienza il discorso forse sarebbe un po' diverso ma nel mio caso sono convinto sia meglio scegliere.
E a te Marco non è venuta voglia di partecipare alla regia?
Marco: No, non partecipo. Ci siamo divisi i compiti.
Aldo: Lui si occupa di musica e luci.
Quanto rispettate il testo?
Marco: Fedelmente, per adesso. E con gli attori non abbiamo incontrato difficoltà. Anche perché partiamo dal fatto che intorno a questo progetto c'è stato un forte lavoro di collaborazione da parte di tutti e un grande entusiasmo. Scrivendo, poi, pensavamo già agli interpreti.
Un testo con tanti personaggi. Avete considerato il rischio di riuscire a produrlo?
Aldo: E' già un rischio averlo scritto. I sei personaggi sono venuti, diciamo, perché la storia li necessitava. Per il resto, dobbiamo dire: Grazie! a Tonino Conte, a cui siamo profondamente riconoscenti per l'opportunità che ci ha dato. La struttura del testo e le didascalie ricordano la scrittura di Harold Pinter. Vi siete ispirati a lui?
Marco: E' uno scrittore che ci piace molto. Speriamo che ci sia un po' di lui nel nostro testo. Comunque le influenze ci vengono dalla nostra vita.
Aldo: Con questo scritto vogliamo comunicare cose che ci appartengono e trasmetterle senza catechizzare nessuno.
Perché il teatro catechizza?
Aldo: No. Però in alcuni casi è un po' troppo distante dalla gente. E in quel caso lo odio. Anche se alla fine credo sia giusto che esista anche quello; è giusto che di teatri ne esistano tanti.
Quello che vorremmo per il nostro spettacolo è che piacesse a quelli che di solito non vanno a teatro.
Marco: Vorremmo poter mettere fine a quel tipo di spettacolo teatrale che dura meno di un film, costa di più e alla fine nessuno ha capito cosa è successo.
Nel testo fin dall'inizio usate molto le fotografie. Che ruolo hanno?
Aldo: Centrale, a partire dal titolo. Fotofinisc è un'italianizzazione e rimanda al vero e proprio strumento del "fotofinisc" usato in gara per stabilire chi ha tagliato per primo il traguardo, che nel nostro caso è il traguardo della gara della vita. Fotofinisc sta però anche per "le foto sono finite."
Marco: Le foto sono alla fine e all’inizio dello spettacolo. Vorremmo che il pubblico le reinterpretasse alla luce di quello che ha vissuto. Quelle foto raccontano la vita dei personaggi; sono una specie di album e, alla fine, avranno dei riferimenti precisi però ora non dico di più.
Di chi sono queste foto?
Marco: Sono quelle degli attori sia da piccoli sia attuali, scattate durante le prove.
Aldo: L'importante è avere un sentore, non riconoscerli perfettamente.
Come è andata tecnicamente la scrittura a quattro mani, vi siete divisi i compiti, oppure avete fatto tutto insieme?
Marco: Io non avevo mai scritto... sì, forse una volta con qualcuno ma poi alla fine non ci sono riuscito. Con Aldo è stato facilissimo dall’inizio alla fine. E non credo che ci sia niente da aggiungere.

A questo punto Aldo, che masticava a fatica un panino, ha un momento di emozione tale che quasi si strozza. Curioso e affascinante che un tale complimento sia uscito tra i due in questo dialogo a tre con un estraneo, piuttosto che nell'intimità dei lavori-in-corso.

Marco: La storia ce l’aveva quasi tutta in mente lui.
Aldo: Sì anche se, è parlando insieme che l'idea è diventata un vero e proprio soggetto e, con il lavoro successivo, il testo per intero. Ci si incontrava, si parlava delle situazioni e si scriveva. Poi rileggendolo e ripensandoci l'abbiamo cambiato molte volte.

Lasciamo che il resto ce lo dica lo spettacolo sperando che parli a tutti e che tutti facciano la fila per essere "parlati", ovvero che si smetta di credere che il teatro è per pochi. Perché se è vero che in alcuni casi il teatro può essere difficile o elitario, è altrettanto vero che da parte del pubblico c'è una grande pigrizia e inerzia. Per cui auguriamoci che tutti colgano l’occasione e diano una chance per tornare ad essere una delle realtà di intrattenimento popolare così com'era nelle sue origini greche.

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