Magazine Mercoledì 7 gennaio 2004

Risiko

Magazine - Ovvero come nuclearizzare il mondo e poi farsi un hamburger.

Ogni volta apro quel foglietto con mani tremanti e il cuore a mille. Anziché il tono formale e telegrafico tipico dei referti medici, mi aspetto una lettera personale, del tipo: note nel diario del mio professore di matematica.
È proprio lì che si sveglia il chierichetto che, come nelle pagine di Guareschi, picchietta sulla spalla e fa:
«E se è andata male cosa racconti alla mamma?
Senti mamma, lo so può sembrare grottesco, ma è andata così: sono sieropositivo. Non sono un drogato e nemmeno gay, ma solo sieropositivo.»
Il foglio lo tengo piegato nella tasca della camicia ed è fastidioso come un fazzoletto sporco di moccio.
Alcune volte ho preferito leggerlo lì davanti all’ambulatorio, senza tante storie, altre invece, ho preferito appartarmi su una panchina dei giardinetti, non tanto per dare solennità al momento, quanto invece per cogliere in solitudine l’attimo fatale: quello che ti colora di viola come l’insegna di un night-club.
Fino adesso è andata bene, ma quell’appuntamento è sempre lì, più o meno alla fine dell’estate, quando non sono sopraffatto dal lavoro e le giornate sono ancora belle calde.
Preferisco non dare giudizi morali sulle mie scelte né, tanto meno, rendere dettagli sulle mie abitudini: l’unica valutazione sicura è che sono un soggetto a rischio. Non faccio l’attore hard, né frequento i cessi delle stazioni, ma mi reputo comunque a rischio. Preservativi, paranoia e Lupo Alberto sono cose importanti però i conti li fai poi da solo.
«Adesso potresti starci attento!», dice il chierichetto e il mio dottore che mi guarda strano… Ogni volta sbircia nel suo computer e si rende conto di ciò che io già so: vado da lui sempre e solo per quello. Con discrezione mi fa: «Non usi precauzioni?» Io allargo le braccia e ci patisco. Cazzi suoi. Cazzi miei. E finisce sempre allo stesso modo: una sala d’attesa colma di gente e una provetta di sangue. Del mio sangue. E se sbagliassero? Se confondessero le analisi con quelle di un altro anche lui in sala d’attesa? Brutto soggetto, brutta nuvola che transita puntualmente mentre sono seduto lì.
Il trucco è portarsi buone letture, tenere la mente impegnata, essere positivo, propositivo… Macché, finisci sempre nelle rapide, nella corrente che passa tra i lobi e ti porta fin sulla griglia che sta davanti al cuore. E da lì non passi: affoghi soffocato dai sensi di colpa generati comunque da te stesso. Più perverso di così.
Ma sì, non si può vivere ossessionati da un pensiero unico, altrimenti ci farei davvero attenzione. Ha parlato bene un mio amico: «Ci vai una volta sola e poi ci stai attento.»
Io ci sono andato almeno una volta all’anno negli ultimi dieci. Senso di responsabilità o l’opposto? Immagino le telefonate pietose,terribili e terrorizzanti: buttare nell’angoscia persone con le quali sei stato bene e che comunque non meritano di ascoltare una cosa del genere.
I tempi sono cambiati, il dottore me lo spiega ogni volta: “se fosse” potrei vivere un intera esistenza come tutti gli altri. Sì, forse non precisamente come gli altri, più o meno comunque. Penso al terzo mondo, dove ci sono migliaia di bambini che nascono con il male trasmesso dalla madre, che non poteva curarlo nemmeno su se stessa. Ho sentito di superstizioni africane che insegnano che si guarisce dal male accoppiandosi con un soggetto sano.
Dovrei solo tacere, tacere e tirare dritto.
Però, in fondo…senza cambiare continente…è una cosa che riguarda tutti, giovani e meno giovani. Si discute, ci si confronta, altrimenti a cosa serve? Uno non può mica sempre star zitto ogni volta che non è quello che sta peggio di tutti.



di Marco Giorcelli

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