Magazine Lunedì 15 dicembre 2003

Un bacio di pace al male (2)

Da queste poche righe dell’autore nella prefazione che aggiunse a una delle edizioni che seguirono, possiamo notare come la storia della letteratura erotica si intreccia e si avvinghia con la storia della cultura in senso più vasto.
In questo romanzo, tutto avviene nel castello, proprio come in un altro classico del genere, sempre francese, Histoire d’O. Ma il linguaggio di Mandiargues presenta caratteristiche talmente personali, ironiche e grottesche, talora barocche e cariche di incongruità monumentali che servono a distanziarlo da altri esempi del genere, pur rimanendo, come scelte stilistiche, come trama e per la conclusione, nel calco tradizionale del romanzo erotico classico.

Non si fatica a vederlo legato e fortemente influenzato da Le undicimila verghe di Apollinaire, ma è facile anche vedere, scorrendo le poche pagine del libretto, una colta peculiarità che non finisce di stupire dalla prima all’ultima pagina, surrealista ma non solo, erotica e gotica insieme, classica e contemporanea.

E’ stato troppo facile, negli anni a venire classificarlo come autore erotico. Scrive di lui Alberto Capatti: ”La produzione di Mandiargues segue il filo di una fuga disorientata da tutto ciò che è prevedibile, in una caccia ai segni, alle immagini, scandita dall’affanno e dalla sorpresa. L’angoscia è parte integrante di questo eros in cui il piacere non consoce il climax”. Non desidero raccontarvi troppo sulla trama (limitandomi a ricordare le due figure femminili di Edmonda e Michelina) perché si tratta di uno dei pochi romanzi rappresentativi dell’erotismo “classico” ancora godibili e piacevoli. Vi regalo la frase che l’autore usa come incipit e vi consiglio di cercare nelle librerie la bellissima edizione “ES–biblioteca dell’eros” con la traduzione di Adriano Spatola:

L’attrazione sessuale verso le raffinatezze del dolore è del tutto naturale in un uomo di costituzione sana, così come è naturale la tendenza del coniglio maschio a divorare la prole (W.M. Rossetti, in un saggio su Swinburne)
di Francesca Mazzucato

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