Magazine Lunedì 15 dicembre 2003

Un bacio di pace al male

Magazine - André Pieyre de Mandiargues è un personaggio singolare, forse troppo poco conosciuto nonostante la complessità, l’architettura stupefacente e l’interesse complessivo che ha destato e continua a destare la sua opera. Nato a Parigi nel 1909 e morto nel 1991, è stato profondamente influenzato dal romanticismo tedesco e dal surrealismo. In gioventù infatti frequenta con entusiasmo quasi tutti i gruppi surrealisti senza mai integrarsi completamente, preservando la sua individualità e i suoi gusti eterogenei che ne hanno fatto un cane sciolto della storia della letteratura, uno scrittore raffinatissimo e particolare conosciuto e quasi venerato da una ristretta cerchia di amatori.

La sua opera narrativa si muove tra motivi erotici, gusto del macabro, esaltazioni vitalistiche. Lo stile, carico di virtuosismi verbali, ha toni barocchi che riflettono le sue ricorrenti ossessioni: i rituali macabri che portano alla morte, il fantastico, l’erotismo e il gotico. Se c’è un precursore nella contaminazione dei generi letterari è senz’altro lui. Si ricordano: Il museo nero (Le musée noir, 1945), Sole dei lupi (Soleil des loups, 1951), Giglio di mare (Lis de mer, 1956), La motocicletta (La motocyclette, 1963), Sabine (1964), I corpi illuminati (Les corps illuminés, 1965), Il margine (Le marge, 1967) con cui ha ottenuto il premio Goncourt. Ha pubblicato anche due raccolte di poesie: L'età di gesso (L'age de craie, 1935), e Giacinti (Jacinthes, 1968). Una raccolta di racconti ha per titolo Mascheretti (Mascarets, 1971). Di grande interesse sono gli 'entretiens' autobiografici de Il disordine della memoria (Le desorde de la mémoire, 1975).

A noi però interessa un libro spesso volutamente omesso nelle biografie ufficiali, Il castello dell’inglese, piccolo perfetto capolavoro della letteratura erotica, eccitante volumetto che, nella raffinata edizione di Es, porta una prefazione dell’autore a una tarda edizione datata 1979, di cui riportiamo alcuni brani: “Non senza una particolare tenerezza riprendo in mano oggi il manoscritto de L’Anglais steso tra il 1951 e il 1952 con la grafia minuta e fitta che avevo in quegli anni. Erano per me tempi di una felicità così intatta e pura che sentivo sarebbe stata effimera, e pensai dunque di tentare di esorcizzarne la fragilità scrivendo un racconto erotico, il più sadico e il più scandaloso possibile, spinto fino alle estreme conseguenze, come un bacio di pace al male, alla maniera di Blake e di Swinburne, le cui grazie luciferine, derivate dal sublime Milton, mai finiranno di incantarmi”.
Questo pensa di fare Mandiargues, crede forse di rispondere a un impulso autobiografico, dettato dalle vicende della sua vita privata. Scrive invece un vero classico della storia della letteratura erotica, un piccolo libro che riesce a ricalcare gli stilemi del genere senza cadere nelle noiose ripetitività che abbiamo spesso descritto, ma che riserva pagine assolutamente eccitanti e sorprendenti.

La vicenda, come da manuale, avviene in un castello isolato che si chiama “Magnapotta” e appartiene a un improbabile personaggio, “Monculo”. Dice di lui Mandiargues nella prefazione:”…il nome dell’eroe, Monculo fu sempre e soltanto nella mia mente un titolo di lavoro e provvisorio, essendo di una grossolanità troppo greve, il cui esplodere, volutamente ripetuto nel corso della narrazione, è come un cenno di intesa al lettore affinché non prenda troppo sul serio quello che sta leggendo…”. E infatti Monculo doveva essere il titolo definitivo dell’opera, per fortuna sostituito anche se con un certo rimpianto: ”…Il titolo che l’ha sostituito, senza dubbio poco invitante per gli appassionati del genere pornografico - e il primo editore ebbe a lamentarsene - deve essere nato nelle riunioni del primo gruppo surrealista che si interessava molto all’alchimia, nel periodo in cui ne fui frequentatore assiduo. In esso si avverte come un’eco della galleria surrealista dell’Etoile scellée a cui aveva fatto da padrino André Breton, e sebbene non spetti all’autore pronunciarsi sulla questione, ritengo che per molte ragioni, non ultima la sua furiosa concisione, L’Anglais sia uno dei rari esempi di romanzo surrealista che oggi sia possibile citare. Recentemente, quando ho visto il film di Pasolini Salò, che è la ragione principale per cui amo e ammiro così profondamente questo poeta cineasta, mi è parso di capire che L’Anglais, tradotto in italiano alcuni anni prima, non gli fosse meno familiare delle Cent vingt journée e questa parvenza di complicità mi ha reso felice”.


di Francesca Mazzucato

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