Magazine Sabato 13 dicembre 2003

Viviane Ciampi @ Moleskine

Magazine - Parto da un tuo verso: "Il sonno non uccide le voci". Le voci della coscienza non dormono mai?

Se parliamo di "coscienza" nel senso di "voce interiore consapevole" è difficile metterla in relazione al sonno. Ma c'è un attimo (felice o infelice) della nostra vita - il dormiveglia - in cui le voci arrivano. Allora pensi a quello che sei, a quel che hai fatto o che non hai fatto e dovresti fare. In quell'attimo scivoli nel sonno ma non ti accorgi della linea di demarcazione e capita spesso che il sogno continui il tuo ultimo pensiero e se ne vada per la sua tangente di sogno. Ti svegli al mattino e hai risolto certe cose, ma più spesso ti ritrovi con le stesse ossessioni.

Alterni poesie molto vicine alla prosa con altre di estrema sintesi, dove si trova il vero codice metrico e stilistico di Viviane Ciampi?

Mi è difficile fare l'esegesi di quello che scrivo. Posso dirti che vivo sempre in una sorta di mélange: ho avuto due culture (quella italiana e quella francese).
Ma c'è di più. Il mio contatto con il reale è sempre deformato dalle esigenze del pensiero. Forse potrebbe essere una spiegazione a questi due filoni. Non mi spingo fino a dire come Sanguineti "il mio stile è non avere stile". Non fare del manierismo stilistico è una forma di libertà.

Molti testi parlano di malinconia, ricordo, memorie lontane. Il futuro è già scritto nel nostro passato?

Nessuno di noi mentre vive un istante, banale o intenso che sia, pensa: mi sto fabbricando un ricordo. Le memorie lontane, rimangono in un salvadanaio della mente, le rispolvero senza malinconia, piuttosto lucidamente, mi pare.

Hai avuto molto presto contatti con il mondo dell'arte e dello spettacolo, questo è stato determinante nel far scaturire in te la voglia di scrivere?

Da ragazza la mia famiglia era composta da cinque generazioni viventi. Mio padre scappò di casa giovanissimo per seguire il grande poeta e chansonnier Charles Trenet il quale veniva a casa dei miei nonni (quelli italiani) a mangiare i ravioli e bere Chianti. Papà cantava sue canzoni nella prima parte dello spettacolo. Mamma era ballerina classica e a diciassette anni era in copertina di Marie-Claire. Sono stata circondata da personaggi molto originali: uno dei due bisnonni (quello francese) amava più di ogni altra cosa la sua libertà. Quando rimase vedovo, i figli gli imposero di prendersi un cane per avere un po' di compagnia. Lui si ribellò e impiccò il cane! Lo so che è orribile, eppure lo ricordo come persona dolcissima che m'insegnava le poesie di Lamartine e di Hugo. Un giorno, in pieno agosto, con un sole che scottava, lo vidi con l'ombrello. Mi disse "Ho sentito alla radio che a Parigi piove!". (Parigi dista cinquecento chilometri da Lione!).

Notte e buio compaiono spesso nelle tue poesie, cos'è che ti affascina di loro?

Credo di essere un animale notturno. Nel silenzio trovo l'essenziale. Ma amo la notte anche in funzione del giorno che verrà.

Nella tua nuova raccolta hai anche affrontato l'abisso insieme a poesie molto più leggere, c'è un cambiamento di rotta rispetto a "Domande Minime Risposte"?

E' vero. Ma sentivo di doverlo fare prima di passare ad altro. L'occasione mi è stata data da due versi di Ariane Dreyfus: "Enfin / cracher le caillot / de la malheureuse parole" ("Finalmente, sputare il grumo della maledetta parola").
Una sezione, quella che dà il titolo alla raccolta, è intitolata "Pareti e famiglie".
Qui si apre un dialogo ininterrotto talvolta tenero ma più spesso ustorio tra un io narrante (che può essere un tu, un voi) e i suoi fantasmi.
Sei traduttrice dall'italiano al francese e dal francese all'italiano. Puoi dirci qualcosa sulla traduzione?

Il discorso sarebbe lunghissimo. Ogni traduzione è per me un atto d'amore. Nei due casi cerco di restituire nella lingua d'arrivo la limpidezza, lo stile, il tono, il movimento dell'originale.
Quale deve essere la qualità principale di un traduttore?

L'umiltà. Chi traduce sa di trovarsi davanti al fatto che il lettore forse conoscerà quel poeta solo grazie alle sue parole. Ma sa anche che ogni lingua è inimitabile perché il suono di ogni lingua è unico. È un'esperienza ogni volta irripetibile che obbliga a "soppesare" ogni parola.

Continua su www.writers.it/moleskine/ciampi/home.htm

di Alberto Baschiera

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