Magazine Giovedì 11 dicembre 2003

Cittànova Blues

Metti una serata con Francesco Guccini nelle insolite vesti di romanziere. Metti una serata in cui l’artista dai natali modenesi e Bolognese di adozione parla della sua ultima fatica letteraria incantando il pubblico invitato nella splendida cornice del con letture in cui la sua erre strascicata e la sua voce inconfondibile fanno fare un viaggio nella Bologna del Secondo Dopoguerra.

Cittanova Blues è la storia conclusiva di una trilogia cominciata nel 1989 con Cronache Pafaniche e continuata poi con Vacca di un cane. Guccini riprende la sua introspezione e parla del suo arrivo nella Bologna di un paese in trasformazione e nel quale la prima generazione pienamente non fascista, quella dei ragazzi della seconda parte degli anni quaranta, “la meglio gioventù”, si ritagliava un suo spazio.
Il testo si apre con l’arrivo a Bologna, città dai ritmi blues e si sposta poi tra le esperienze di naja triestina e i becciatoi liguri. Il linguaggio usato dall’autore non è mai banale, ma vivo. Più di una volta si ricorre alle forme dialettali o ad immagini molto forti per rendere un concetto in una manciata di parole, né troppe né troppo poche, solo essenziali, giuste.

La storia racconta dei personaggi da Osteria prima che diventasse Hosteria, di quando i vini avevano sapore di vino e non di un richiamo verso luoghi esotici con vago sapore di bitume e quando gli incontri avvenivano attorno ad un calcio balilla in cui gli avventori sviluppano il muscolo in partite interminabili e poetici.

Nel testo non appare la nostalgia del ricordo, ma il ricordo per quello che si era di un viaggio di un ragazzo che ha fatto della letteratura il suo primo amore. A otto anni ho scritto il mio primo romanzo, se romanzo si possono chiamare le tre pagine che composi – racconta il signore di Via Paolo Fabbri 43 - “Brazzo Bill il Coyote” era una storia western in cui gli indiani erano scritti india… perché non facevo in tempo a scriverli che morivano.

Ascoltare Guccini è una bella esperienza anche quando non c’è una chitarra tra lui e il pubblico. Le pagine che scorrono sotto le sue mani nascondono descrizioni avvincenti di simboli dell’Italia che fu come la 100 scudi, la mitica 500, realizzazione del sogno dell’Italiano di avere una macchina, e di tutti gli artifizi per renderla un bolite capace di arrivare fino a 105 all’ora se lanciata e con il cambio e lo sterzo ridotti al minimo per renderla comoda anche quando il suo utilizzo era legato alla compagnia più che ad un viaggio.

La serata si conclude con qualche domanda dal pubblico e con una chiosa che strappa applausi e rimanda al dopo-palco, quando l’artista si è mescolato al suo pubblico, nascosto dalla nebbia di una sigaretta e, armato di una penna, ha lasciato un segno autografo sui suoi libri.
di Francesco Cascione

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