Magazine Mercoledì 10 dicembre 2003

Il Natale di Franco Stelzer

Ricordo alcuni capitoli de Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei, quali “Roasted rats and uncommon men” oppure “He used to drive a blu prinz”, dove escono vere e proprie fotografie con odori. Gli odori della brillantina di certi zii, odori di ristoranti al mare, odori dei sedili nuovi di macchine quasi mai condivise con altri passeggeri, tanta era la solitudine.
Con quale senso lavori di più? A me sembra con l’olfatto e la vista. Sbaglio?

Sicuramente le sensazioni visive e olfattive sono molto presenti nei miei ricordi d’infanzia. Sono le più avvolgenti, le più stordenti, in piena sintonia con lo spirito generale del libro, che è proprio quello di rendere il turbamento commosso, divertito e al tempo stesso triste della memoria di quegli anni.

Si è da poco aperta a Genova un'Accademia di scrittura. Alcuni anni fa Stelzer è venuto a Genova con il cantiere Holden come uno dei docenti di scrittura creativa.
Cosa cercano, secondo te, in questi laboratori gli aspiranti scrittori? Si può imparare a scrivere o il loro è un desiderio di confrontarsi con gli altri?

Credo sia difficile dare una risposta non banale alla domanda se "sia possibile imparare a scrivere". Certo, si possono insegnare almeno alcune tecniche, non diversamente da come si fa in una scuola normale. Oltre a questo non so bene cosa si possa fare. Quando mi domandano una cosa del genere mi viene sempre in mente David Linch il quale, recatosi in analisi, avrebbe chiesto allo psichiatra se quel tipo di terapia avrebbe potuto, in qualche modo, essere di ostacolo alla sua creatività. Alla risposta affermativa del medico avrebbe smesso in tronco la cura. Non so se l'aneddoto sia del tutto vero. Ma certo è indubbio che alla radice del temperamento creativo vi sia sempre un coagulo di sostanza anche morbosa e ossessiva, che poi trova in qualche modo un proprio linguaggio. Forse insegnare a scrivere significa semplicemente accompagnare le persone a riconoscere in sé questo elemento "patologico" e a tentare di trovarvi una espressione adatta. Magari semplicemente valorizzando ciò che loro non hanno ancora scoperto di se stessi, o che tendono a mettere da parte a favore di altri aspetti, reputati più significativi. Spesso le persone che cominciano a scrivere privilegiano un tono "alto", oppure "moderno", che però finiscono entrambi col risultare vuoti. Mentre trascurano e scartano, invece, loro cose che conservano qualcosa di originalmente deviante e oscuro. Certo alla fine, se debbo dire come mi figurerei io, come allievo, il corso ideale di scrittura creativa, mi basterebbe sedermi lì e ascoltare per un paio d'ore Abraham Yeoshua o Philip Roth che mi parlano delle loro letture, dei loro metodi di lavoro, delle lingue che conoscono, dei loro errori, dei loro modi di "staccare" dalla scrittura, delle loro passioni, di cosa provano quando siedono a teatro ecc. A me basterebbe. Tra l'altro, credo sia proprio questo lo spirito con cui la scuola Holden organizza per lo meno i propri "cantieri". Arriva uno scrittore, ti presenta un racconto di un altro autore e ti spiega perché gli è piaciuto o meno, trasmettendo così una certa idea di scrittura.

Un libro può quindi partire da un’immagine, dal pezzo di scotch pieno di briciole che ognuno di noi ha prima o poi avuto nelle tasche, come a simboleggiare la scoperta improvvisa di qualcosa che non si ricordava: uno scontrino datato tempo indietro, ad esempio, a me affascina e vado a vedere la data e l’ora. Si possono raccontare le proprie storie perché ognuno scopra la propria.

Indubbiamente. Ed è anche questo che chiedo ad un libro. Che mi dia modo di vedere rappresentate le cose grandi e piccole che anche la mia vita ha conosciuto e conosce e vederle rese, quindi, in un certo senso, “collettive” e quindi più significative. Trovo, ad esempio, molto divertente incontrare le persone che hanno letto questo secondo libro. Magari non le conosco affatto, ma mi raccontano subito gli aneddoti più svariati sulla Prinz che hanno posseduto o comunque conosciuto nella loro infanzia. Sembra ogni volta di reincontrarsi con vecchi amici. Non solo: d’un tratto le nostre vite, che magari reputavamo anonime e insignificanti, hanno come uno scatto d’orgoglio e diventano “materiale per il cinema”.

Speriamo di averti presto a Genova per ascoltare la tua voce che ci racconti ciò che scrivi, ciò che ami leggere e ciò che vedi. Per poter vedere anche noi, con i nostri occhi attraverso i tuoi.

Marina Giardina
di Alberto Baschiera

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