Magazine Mercoledì 10 dicembre 2003

Il Natale di Franco Stelzer

Magazine - Ci sono scrittori che scrivono a tavolino. Si potrebbe dire che fanno gli scrittori anche quando prendono il caffè. Isolati. In posa. Lo sguardo di Franco Stelzer, scrittore trentino da alcuni mesi in libreria con Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei (Einaudi, I coralli, pagg. 122, Euro 12,50) dopo Ano di volpi argentate uscito nel 2000, è invece uno sguardo sulla realtà, uno sguardo "basso" perché dentro le cose.
Ti riconosci in questa lettura?

La reputo lusinghiera. Voglio dire: spero vivamente di fare realmente questo effetto. Quanto allo sguardo dal basso, è sicuramente una delle prerogative della mia scrittura. Il tutto nasce da un’attenzione per ciò che, in qualche modo, può respingere o suscitare disgusto, per ciò che è coperto da interdetto o è comunque considerato non attraente.
Nell'ultimo libro, poi, il "basso" è anche legato all'età del narratore, che è bambino, o adolescente, o al massimo giovane adulto. Ricordo come, da piccolo, rimanessi affascinato nell'osservare alcuni particolari fisici di persone adulte o anziane che ci venivano a trovare. I peli di nasi e orecchie, narici e lobi giganteschi, per lo meno al mio sguardo. In seguito ho provato una simile meraviglia solo quando mi è capitato di osservare da vicino il corpo di una persona morta. La prominenza quasi beffarda dei nasi. La voragine delle cavità orbitali. Sembra un gioco di parole, ma è proprio così: guardare dal basso significa anche, inevitabilmente, alzare lo sguardo verso l'alto.
Quanto infine all’atteggiamento “in posa” che attribuisci ad alcuni miei colleghi credo che, a volte, venga scambiata per posa ciò che in realtà rappresenta piuttosto una forma di difesa, magari un po' goffa, ma non necessariamente inautentica.

Non si riesce a definire (per fortuna) un genere in quanto scrivi. Racconti lunghi o romanzo breve. Per un periodo si è parlato di gioventù cannibale, ma non è il tuo caso, forse perché il tuo è uno sguardo da adulto bambino, forse perché sembra tu scriva per immagini poetiche(il sangue danzante e leggero del prelievo dei ballerini, il lenzuolo teso ad accogliere la morte). Non c’è manierismo, c’è essenzialità. Sei d’accordo? Sembra tu legga un po’ di tutto, dalla poesia, ai romanzi, alla cronaca. Sbaglio?

Se la mia scrittura viene percepita come essenziale e non manieristica, la cosa non mi può che farmi piacere. Perché è quella la cosa a cui aspiro: un’essenzialità, anche quando è mascherata da elementi ridondanti.
È vero anche che sono solito leggere di tutto. Perché penso che la qualità della scrittura si nasconda un po' ovunque, nel romanzo del grande autore, ovviamente, ma anche nell'articolo di giornale, nel saggio o, spesso, in testi non letterari: dallo spot pubblicitario alla lettera burocratica, alla relazione tecnica. Quanto alla gioventù cannibale, non l'ho praticamente conosciuta, perché ero all'estero quando ha visto il suo apice. Ma mi pare d'aver capito che gli esponenti di quella tendenza (se di tendenza si può parlare) si sono poi mossi nelle direzioni più disparate.

Nel tuo ultimo libro i titoli dei capitoli sono in inglese. Sembra l’inglese dei giochi, come se quella lingua reinventasse la realtà. Perché l’inglese?

La scelta dell’inglese è da ricondurre alla particolare atmosfera degli anni di cui si parla nella maggior parte del libro, e cioè gli anni ‘60, quando quella lingua cominciava ad entrare nelle nostre radio e nelle nostre stanze, ma era per noi ancora un puro suono: misterioso, affascinante e quasi privo di significato. Ricordo ancora distintamente la cocente delusione, quando abbiamo cominciato a decifrare titoli e testi delle canzoni dei nostri cantanti preferiti. In italiano risultavano a volte incredibilmente banali. Nel libro ho fatto il percorso inverso. Dalla banalità di espressioni del tipo “Non mi piace la minestra riscaldata”, al suono spezzato ed esotico di quelli che, allora, avremmo tranquillamente scambiato per titoli dei Rolling Stones. In questo senso la lingua reinventa effettivamente la realtà.

di Alberto Baschiera

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