Magazine Martedì 9 dicembre 2003

Morire in un cantiere

8 novembre 2003. Al museo del mare sette operai rimangono investiti dal crollo di un solaio che stavano disarmando. Uno di loro muore. Questi operai lavoravano in nero. Ad un mese di distanza Giacomo Revelli li vuole ricordare, con un racconto.

Quella mattina a Scutari mia madre aveva guardato il cielo. C’era il sole, mi mandò un sorriso. Quella mattina a Genova pioveva. Il cielo io non lo guardo più. Da quando sono qui è un continuo deglutire, buttar giù, seppellire.

A che mi serve guardarlo, il cielo? Dieci ore al giorno con i piedi piantati per terra. Sul cemento fresco resta l’orma dei miei scarponi. Di qui sono passato io.
Gli altri non sono ancora arrivati. Non è la prima volta che ci chiedono di lavorare il sabato. Il sabato qui non lavora quasi nessuno. Non ci sono auto nei parcheggi del porto. Poche passano sulla strada sopra tutte le altre strade, quella che fa più rumore. La gente di questa città il sabato sta a casa sua, quasi non esce.

Mia madre al mattino si alza sempre presto. Così ci ha abituato anche me. Lei dice che è perché ha un sacco di cose da fare, ma io la vedo che guarda il cielo. Mentre gli altri fratelli dormono io faccio finta. Appoggio soltanto la testa sul cuscino, socchiudo un po’ gli occhi e ascolto. Ascolto mia madre che stende i panni di mio fratello, quello più piccolo. Poi si ferma a guardare il cielo. Mentre lo guarda, là verso il mare, a ovest, canta una canzone, una nenia. Non ho avuto il tempo di impararne bene le parole, sono andato via troppo presto. In una via del centro invece ho ascoltato una canzone: Morire per delle idee, vabbè, ma di morte lenta, di morte lenta.

Seduto qui posso vedere i soffitti di qualcuno degli appartamenti più in alto. Alcuni sono illuminati, altri no. Luce. Dentro c’è qualcuno. Fanno colazione. Alcuni, invece, la maggior parte, sono bui, scuri. Dormono ancora, non una goccia entra sul parquet di quelle che invece bagnano me.
Oppure, nel silenzio del mattino fanno l’amore, tranquillamente, mentre fuori piove.

L’amore. Ho promesso la felicità a una ragazza di Tirana. Le ho detto che sarei andato in Italia ma che sarei tornato. Quest’estate la abbracciavo sotto la luna, ora lei abbraccia piangendo una mia foto, lontana. Le avevo detto che tutto sarebbe passato in fretta.
Niente paura, lo hanno fatto in molti nel mio paese. Sono partiti, ragazzi, ragazze. Molti sono tornati e avevano la macchina. E un profumo come da noi nessun fiore ce l’ha. Altri invece no, non tornarono più.

Ho ventinove anni ma la mia vita è più molle del cemento armato. Mi dissero che qui, tra queste travi, presto sarebbe arrivata la storia, un museo delle navi, per la loro memoria.
Madre, dissi al telefono, costruirò un museo, non sei felice? Sai, mi rispose, le piramidi le costruirono migliaia di persone, ma nel museo, nel museo ci finì soltanto il faraone.

Così quando tutto mi crollò addosso, mi tornò in mente quella canzone.

Morire in un cantiere vabbè, ma di morte lenta, di morte lenta.

Voglio morire lento, ho pensato, voglio morire lento nella pioggia dell’autunno. Voglio morire per sempre, per anni, per mesi, come tanti altri miei compagni albanesi. Che tutti si ricordino di me, come in un museo su cui ho scritto il mio nome.
Invece là sotto avevo freddo, e non riuscivo a respirare. E ci misi soltanto sei ore, per morire.

Giacomo Revelli
di Alberto Baschiera

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