Celestini, cantastorie d'altri tempi - Magazine

Teatro Magazine Teatro Gustavo Modena Giovedì 4 dicembre 2003

Celestini, cantastorie d'altri tempi

Ascanio Celestini
La fine del mondo 3 e 4 dicembre
Vita morte e miracoli 5 e 6 dicembre
Ceccafumo fino a venerdì la mattina per le scuole

Teatro dell’Archivolto – Sala Mercato



Finisce così questa favola breve e se ne va... Ma aspettate e un’altra ne avrete. "C’era una volta ..." il cantafiabe dirà e un’altra favola comincerà!.
Con , è semplice, basta battere le mani, e magari anche i piedi (come ha fatto qualcuno alla prima) e si possono ottenere anche due bis.
Li concede volentieri e forse si fermerebbe anche a parlare, a raccontare la sua di storia e la sua scoperta del mondo delle storie, così per “una cosa tra noi” direbbe lui.
Il cantastorie Ascanio immobilizza il tempo e con il suo modo di raccontare storie di ogni tipo, ci trasporta direttamente dentro il libro delle leggende, delle fiabe, delle storie popolari tutte. Ascanio non è un giullare, né un menestrello, è forse più un trovatore perché concede ai racconti tutta la fiducia che solo l’orecchio infantile, privo di preconcetti sa dare. La sua è un’immersione completa dentro il ruolo, un ruolo di “profeta” laico, perché in tutte le storie della tradizione c’è una morale,un modello di vita da recuperare. Lì, nel non-luogo creato da tre sedie e un grande ombrellone nudo, quasi olmo secco, carico di lampadine, veste le voci delle donne che, come la sua nonna Marianna, hanno trovato una verità anche in racconti senza importanza, ascoltati da altre donne e da ragazzi “mentre gli uomini adulti se ne andavano via”.

Ascanio racconta, ma soprattutto canta, ‘conta con il ritmo antico e la lingua dimenticata, di chi ha la vocazione di tramandare il passato. Qualcuno ha detto che il suo romanesco è “appena accennato, ancora non turbato dalle contaminazioni televisive”, direi viene prima nel tempo questa sua lingua, prima di ogni possibilità di contaminazione, prima del tempo dei media, prima, nel tempo remoto che si legge sui libri del racconto orale.

Accompagnato da due musicisti, Matteo D’Agostino e Gianluca Zammarelli, con a disposizione quattro strumenti, l’attore usa il linguaggio in tutta la sua forza sonora, gioca con le ripetizioni, le alliterazioni, le invenzioni buffe di sillabe senza senso ma piene di assonanze, consonanze e quant’altre bizzarie e sfumature toniche e ritmiche la lingua parlata è capace di produrre. Il suo narrare è un narrar breve, dove dalle parole emergono soprattutto maschere umane, personaggi come la Maddalena di La fine del mondo che l’America non l’ha mai vista ma agli altri lei “ci dice che è così e così, perché ci conosco come le tasche delle saccocce mie”.

Comunque ha poco senso raccontare Ascanio che racconta; è un’esperienza da esperire in loco, un loco che non si può raccontare perché è frutto dell’immaginazione di ognuno, stimolata dall’oralità dell’attore.
Quello che qui possiamo fare è assaggiare Ascanio con qualche domandina.

Che significato hanno le lampadine appese?
Per me l'illuminazione a teatro deve essere dall'interno verso l'esterno. Il pubblico deve essere compreso dalla luce. Poi le lampadine sono oggetti che per me hanno molti significati. Sono un oggetto fuori dal tempo, anche se sono del '900. Rappresentano poi lo spazio dove io di solito lavoro: la mia stanza, il mio studio, luoghi familiari.

Sei partito dalla commedia dell'arte, hai costruito maschere di cuoio, ti sei occupato di antropologia. Oggi a che punto sei di questo tuo percorso?
Non ho fatto bene nessuna di queste cose, nel senso che ho fatto studi antropologici ma non sono un'esperto.
L'antropologia mi interessa come possibilità legata al rapporto umano. Ho raccolto testimonianze da persone reali ed è proprio la persona ciò che mi appassiona, raccontare la sua storia o la storia che conosce per raccontare quella persona.

Qual è la tua idea di teatro?
Lavorare sulla persona come individuo. L'attore/autore/persona che sta sul palco pone problemi relativi all'identità e lavora sulla questione della "presenza". Per cui nel caso di Maddalena, protagonista di La Fine del mondo, è un personaggio teatrale che non arriva sul palcoscenico, è lo spettatore che deve crearne una proiezione dal mio racconto.

Raccontare storie che senso ha oggi?
È riconoscere il ruolo della memoria nel presente. Riconoscere la memoria come valore.



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