Concerti Magazine Martedì 25 novembre 2003

Max Manfredi @ Moleskine

Magazine - Osservare l'anima per plasmare il corpo? Può essere una chiave di lettura del tua poetica?

O viceversa?

La tua “parola cantata” ha diversi codici stilistici e una impressionante ricchezza di tematiche, c'è un filo conduttore che unisce il tutto ?

E' un filo di Arianna, che si dispiega ma non spiega. Credo ci sia un sangue comune. Come in una città, ci sono tanti elementi diversi ma il "genius loci" è lo stesso. Ci sono assonanze: melodie che ritornano, immagini che si ripetono, armonie o stonature che non cessano di comparire.

Quanto è importante il ricorso alla tradizione , seppur con linguaggio personalissimo, nella tua poesia?

E' importantissimo. Non tanto per salvarle, queste tradizioni, o salvarsi in esse; ma come incredibile repertorio e materiale affettivo e tecnico, insostituibile. Con cosa le sostituisci? con le mode attuali? Non ne hanno la forza e la necessità.
Semmai il problema è che le tradizioni sono attingibili ma, spesso, perdute. Parlo della poesia, della musica, della stessa canzone. E devono fare i conti con una miriade di "input" diversi. In altre parole, non ci sono "tradizioni standard". Ma qui è anche il divertimento dell'artista-artigiano, il comporre obliquo, cucinare con gli elementi che si hanno a disposizione.

Ironia e grande lirismo sono cifre assolute dei tuoi testi, come si fanno a coniugare questi “estremi apparenti”?

Ti cito solo due illustri precedenti: Heinrich Heine e Guido Gozzano. Ma anche nel campo della canzone ce n'è: che mi dici di Brassens e Brel? Credo che, nella poetica moderna, ironia e lirismo siano legati in modo quasi indissolubile; anche se, in certi grandi, ad un eccesso lirico corrisponde una forma regredita di ironia: penso a un altro grande, Pascoli. Ma anche un poeta che non amo, Montale, è un campione nel centellinare lirismo dall'ironia, ed ironìa dal lirismo.

Quando si parla di crepularismo di solito si pensa a qualcosa in “sottovoce”, a mio avviso Tu hai struggenti attimi “crepuscolari” ma molto graffianti, carichi di pulsione, ne convieni?

Sì. Non sono l'unico, ma è una mia cifra. Tom Waits, ad esempio, è peggio, ed anche Brel (peggio nel senso di meglio). Del resto, anche i lupi ululano al crepuscolo, non sussurrano mica.

In una intervista hai detto: “Lo schieramento oggi è linguistico, non ideologico”, ovvero?

Il potere è pubblicitario, e tale è il suo linguaggio. E' un linguaggio frastagliato, dove convivono la raffinatezza tecnologica, il gergo legale e burocratico, l'analfabetismo dei media, e chissà cos'altro. Tutto dietro la maschera ipocrita della comunicazione.
Il linguaggio del potere è il linguaggio della "comunicazione".
Che poi comunicazione non è, semmai fascinazione.
Allora il poeta, o anche semplicemente l'individuo di buona volontà, si pone questo problema: cosa sto dicendo? E cerca un fragile equilibrio tra le necessità della sua lingua e la comprensione degli altri.
Invece il pubblicitario pensa: "A chi devo vendere"? per trafiggerlo con la compiacenza del suo linguaggio rispecchiato.
Una volta un ragazzotto intervistato in tv disse, motivando la sua preferenza per un noto cantautore "giovanile": "Mi piace perché parla il mio linguaggio".
Ora, a me ha sempre interessato chi parlava il mio linguaggio nascosto: il poeta che "mi traduceva". Quello che conosco lo so già, grazie.
Ma se leggo una poesia in finlandese, lingua che non so, non posseggo la chiave per godermela. Magari posso sentire il suono a apprezzare il lettore (o la lettrice).
Quando scrivo è perché, in certa misura, "sono scritto", come diceva Rainer Maria Rilke. Ma il tentativo, o la tentazione, di comunicare - trionfale o frustrata - è sempre presente.
Sono diverso se uso un linguaggio diverso, non se scelgo uno schieramento e mi contento della falsa dialettica dissenso-consenso.
Ma sono problemi un po' troppo grossi per affrontarli con due o tre frasi.

Allora le parole sono pietre per usare una felice espressione del grande regista Ken Loach ?

Assolutamente no, è solo una bella metafora. Si può lapidare a parole, ma il danno è diverso. Le parole sono virus. O fermenti. E sono qualsiasi cosa possano diventare, ma sempre scontando la condanna di rimanere parole. Però possono determinare un'azione. E' un cambio di linguaggio.

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