Magazine Giovedì 20 novembre 2003

Dietro alla notizia

Quando leggete la recensione a un libro, dovete sapere che dietro c’è, oltre a quello dell’autore che ha scritto il volume e a quello del giornalista che ha stilato il pezzo, il lavoro di un anello intermedio della catena: l’ufficio stampa. Gli uffici stampa sono quelle strutture che, presso ogni casa editrice, hanno il compito di intrattenere i rapporti con la stampa, la radio, la tv, i siti web, insomma i mezzi di comunicazione di massa. La loro efficacia si misura sul numero di articoli usciti, di passaggi televisivi e radiofonici, eccetera. Naturale, quindi, che un buon ufficio stampa cerchi di ottenere che dei suoi libri si parli il più possibile. La logica è la stessa della pubblicità: basta che se ne parli. Non importa necessariamente se bene o male: meglio una sonora stroncatura che niente. Strano, perché sembra che a far vendere i libri non siano tanto le recensioni quanto il passaparola tra amici. Ma l’ufficio stampa si limita a fare il proprio lavoro.

Esistono varie tipologie di addetto stampa (o meglio, quasi sempre, addetta stampa: questa sembra essere, chissà perché, una professione eminentemente femminile). Ci sono quelli che sanno dosare con garbo le sollecitazioni e quelli che invece sembrano fare di tutto per risultare molesti, subissandoti di messaggi e di telefonate, purché tu scriva. Ci sono quelli che impostano il rapporto in termini amichevoli e informali, e quelli che invece cercano di fare del sussiego e dei formalismi uno strumento di captatio benevolentiae.
Ci sono poi i casi limite. Fino a qualche anno fa c’era il responsabile dell’ufficio stampa di un grosso editore che non capivi proprio che cosa ci stesse a fare lì. Probabilmente era finito su quel posto di lavoro per caso: non sapeva nulla dei libri pubblicati e non si curava neanche tanto di cosa usciva sui giornali. Persona umanamente squisita ma professionalmente inetta, nella migliore tradizione di molte aziende, alla fine fu promosso per essere rimosso.

C’è poi una casa editrice che per risparmiare utilizza con abbondanza, al posto di personale regolarmente assunto, le famose stagiste. Le quali, si sa, non costano nulla, ma quando hanno imparato il lavoro è già ora di sostituirle. Così si avvicendano vorticosamente e se telefoni per richiedere un libro ti risponde ogni volta una voce diversa, che ogni volta immancabilmente ti chiede per quale testata lavori: in tal modo ferendo il tuo narcisismo da mancato riconoscimento e smentendo la tua convinzione (evidentemente falsa) di essere universalmente noto.
Tra i personaggi caratteristici, c’è una addetta stampa dalla voce arrochita per le molte sigarette – va detto che stiamo parlando di uno dei lavori più stressanti del mondo – che se si fissa con un libro non ti darà pace finché non vedrà stampato il pezzo. Nel frattempo tu puoi recensire altri dieci libri del suo editore, ma non gliene importa nulla, non ti dirà nemmeno grazie: lei ha in mente solo quel volume là.

Ad agosto gli uffici stampa sono chiusi. Perciò non leggeranno questo pezzo. Del resto anche nei mesi lavorativi la loro lettura dei giornali è molto selettiva: gli interessano solo quegli articoli in cui compaia il nome della propria casa editrice. Dunque questo che ho scritto passerebbe comunque inosservato. Visto che ho evitato accuratamente di fare nomi...
(in “Avvenire”, 3 agosto 2003)

Roberto Carnero
di Alberto Baschiera

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