Magazine Giovedì 20 novembre 2003

Scerbanenco e il noir italiano

Per gli affezionati di mentelocale.it un articolo firmato da Roberto Carnero, docente presso l'Università del Piemonte Orientale, dove svolge ricerche in Letteratura Italiana. È autore dei seguenti volumi: "Guido Gozzano esotico" (De Robeis, 1996), "Lo spazio emozionale. Guida alla lettura di Pier Vittorio Tondelli" (Interlinea, 1998), "Silvio D'Arzo. Un bilancio critico" (Interlinea, 2002).
Per Bompiani (2002) ha curato un'edizione del romanzo "Essi pensano ad altro", di Silvio D'Arzo. Collabora al quotidiano "L'Unità" e al settimanale "Famiglia Cristiana", oltre che ad altri periodici, occupandosi prevalentemente di letteratura contemporanea.


Immaginate un romanzo di fantascienza, scritto negli anni Trenta ma in grado di anticipare, in maniera quasi profetica, l’attualità più scottante di oggi. C’è un Presidente degli Stati Uniti che nel 2002 dichiara una “guerra preventiva” contro un popolo che minaccia la stabilità e la pace. Ci sono pure le armi batteriologiche e le bombe, con cui la Casa Bianca si risolve a demolire i Monti Neri, nelle cui cavità vive un popolo di otto milioni di persone. Alla fine, per il Grande Rapace, capo della popolazione attaccata dagli americani, l’esilio in Australia. Tutto questo in un testo dello scrittore italo-ucraino Giorgio Scerbanenco (1911-1969), intitolato Il Paese senza cielo, che – composto nel 1939 (precorrendo i tempi, visto che la fantascienza nascerà ufficialmente in Italia soltanto nel 1952, con i romanzi della collana Urania) e pubblicato allora a puntate su L’Audace, la rivista mondadoriana di fumetti diretta da Cesare Zavattini – ha visto la luce solo quest’anno in volume, per la cura di Luca Crovi (Aliberti Editore, pp. 296, euro 14,90).
Ma, al di là di questo inedito Scerbanenco fantascientifico, sono notevoli il ruolo e l’influenza dell’inventore di Duca Lamberti e della sua saga (da Venere privata a Traditori di tutti, da I milanesi ammazzano il sabato a I ragazzi del massacro) su tutta una generazione di narratori noir. Per Carlo Lucarelli (Misteri d’Italia, Einaudi) non ci sono dubbi: Scerbanenco è uno dei grandi maestri non solo del giallo, ma della letteratura italiana. “È notevole – dice – la sua capacità di raccontare le contraddizioni dei personaggi, senza falsi pudori né ipocrisie, con una sorta di cinismo che però è uno sguardo credibile”.
Con i suoi romanzi, negli anni Sessanta, Scerbanenco raccontava l’altra faccia, il lato oscuro, del boom economico. “Era in grado – sostiene Andrea G. Pinketts (Nonostante Clizia, Mondadori) – di raccontare le atrocità in modo sublime, perché riusciva a cogliere la poesia in luoghi ad essa tradizionalmente non deputati. Come in Dostoevskij, c’è il delitto e c’è il castigo, ma il castigo per lui non è importante quanto la consapevolezza della colpa”.

Anche i giallisti apparentemente più lontani, per temi e toni, dalla lezione scerbanenchiana, non possono poi fare a meno di riconoscerla. “Sebbene i suoi romanzi siano molto diversi dai miei – dice Sandrone Dazieri (Gorilla Blues, Mondadori) – devo ammettere che Scerbanenco ha insegnato a scrivere ai giallisti miei coetanei. Prima di lui il giallo era strettamente legato ai modelli stranieri. È stato lui a iniziare la tradizione del giallo italiano, parlando dei nostri luoghi, delle nostre città, ambientando lì le sue storie”.
Un’importanza fondamentale anche a livello linguistico e stilistico: “Scerbanenco – fa notare Luca Crovi – usa per i suoi personaggi i linguaggi della strada e in questo modo ne rende una rappresentazione realistica. Racconta storie tangibili, in cui i protagonisti quasi sempre esprimono rabbia e frustrazione nei confronti di una società che non funziona, avendo il narratore un occhio privilegiato per i deboli, i marginali, coloro che si danno al crimine non per cattiveria ma spinti dalla necessità”. Stretto anche il legame con Milano, la città d’elezione e di ambientazione di quasi tutti i suoi libri: “Fa capire – continua Crovi – come la criminalità interagisca con la città. C’è infine un senso civile molto forte, che da Scerbanenco è passato ai migliori giallisti di oggi: da Massimo Carlotto a Carlo Lucarelli, da Giancarlo De Cataldo a Eraldo Baldini”. Insomma, quasi un maestro.

Roberto Carnero
di Alberto Baschiera

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