Il Benessere di Elisabetta Pozzi - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Mercoledì 19 novembre 2003

Il Benessere di Elisabetta Pozzi

Il Benessere
di Franco Brusati
con Elisabetta Pozzi (Flora Mariano), Luca Lazzareschi (Giacomino Mariano), Anita Bartolucci (Emma Rota), Marco Toloni (Ottavio), Francesca Bracchino (Irma), Alessio Romano (Tino Pinucci), Mariano Pirello (Ravasio), Irene Ivaldi (Olga Ravasio), Gianluca Gambino (Ruggero), Andrea Bosca (Il cameriere), Olga Rossi (Flavia), Elisa Galvagno (Carmen), Noemi Condorelli (Iris)
regia Mauro Avogadro
produzione Teatro Stabile di Torino e Fondazione Teatro Due

al Teatro della Corte fino a domenica 23 novembre, ore 20.30

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Comincia con cinque minuti di silenzio la prima di Il Benessere, al Teatro della Corte, martedì 18 novembre. Sono i cinque minuti in commemorazione dei soldati italiani morti a Nassiriya, in Iraq. Qualcuno continua a parlare a voce bassa, qualcuno si alza in piedi, qualcuno si alza per un minuto e chiacchiera bisbigliando per gli altri quattro. C’è una gran confusione silenziosa, nessuno veramente sa cosa si deve fare in questi casi o cosa vuole fare.
Ma questa è un’altra storia, di un altro spettacolo.

Il Benessere piace. All’intervallo i commenti scambiati sono tutti positivi: «divertente, non è vero?» oppure «proprio ben confezionato, questo spettacolo», alludendo all’ambientazione: la casa-atelier “Mariano-Mode”.

E infatti è una commedia brillante, costruita su un testo molto ben scritto di Franco Brusati, drammaturgo (ma anche regista e sceneggiatore per il cinema), che ha avuto poca risonanza ma grande successo nel dopoguerra. Brusati ha lasciato sei testi per il teatro (oltre a quello qui descritto, La fastidiosa; Pietà di novembre; Le rose del lago, Donna sul letto, Conversazione galante) dalla grande forza espressiva e non assimilabili ad una tradizione italiana, ma piuttosto all’atmosfera europea emergente negli anni ’50. Una produzione degna della migliore tradizione che ha trasformato la commedia bien faite in un ritratto spietato e realista della realtà borghese, per dipingerla in tutta la sua “appariscenza” e le sue contraddizioni. Al centro della storia e delle scene Flora Mariano, stilista e moglie di “una coppia aperta”, di Elisabetta Pozzi: regina della serata, un po’ volgare - termine che piace al suo personaggio – fatale agli uomini, totalmente irrequieta e fiduciosa nelle sue scelte, ma non fino alla fine. Accanto a lei la sua miglior/peggior amica/nemica Emma Rota. È proprio così. Le due si amano e si odiano apertamente e vivono la loro relazione come una continua sfida alla sopravvivenza o alla morte dell’altra.
Ripartita in tre atti la commedia, come la sua protagonista, soffre un po’ per un terzo atto completamente fuori ritmo, volutamente riflessivo, lento e dal finale incerto e, oserei dire, non necessario.

Un testo moderno, spigliato nell’umorismo e nelle battute paga una recitazione – purtroppo largamente condivisa dagli attori – dai toni troppo alti, segnati, fatta da una scanditura troppo retorica e quasi macchiettistica alla Feydeau o alla Goldoni. Si distinguono dal gruppo Luca Lazzareschi che, assecondando lo stile molle e pigro del suo personaggio, Giacomino Mariano, spesso si abbandona a timbri meno impostati nella dizione, e la bravissima Irma, interpretata da Francesca Bracchino, che fa del suo personaggio di devota servitrice, segretaria e cameriera una perfetta anti-eroina, ombra della sua “Signora”, che è tutta corpo. Proprio questa immagine figurata è forse la parte riflessiva più interessante e, forse, l’unica da salvare di tutto il terzo atto. Per una volta Flora e Irma si siedono l’una accanto all’altra confrontandosi come due vecchie, vere amiche che hanno così tanto da dirsi che quasi non riescono.
Elisabetta Pozzi sostiene e sottolinea l’intensità del testo con la sua corporalità, aggraziata ma anche esaltata dai costumi e dalle stoffe che parlano a gran voce della moda fine anni ’50, che non era solo un vestire stiloso e sgargiante, ma il diffondersi di un “benessere” da consumare, vissuto in diretta da pochi, e attraverso le prime pubblicità e il cinema da alcuni altri.

Le scene (di Francesco Zito) tradiscono il testo che parlava di “ambiente barocco, un po’ pacchiano, che rispecchia il furore di vivere di chi l’abita”. Le varietà di bianco, grigio e nero messe invece in scena si discostano totalmente e si spingono nella nostra contemporaneità forse alludendo ad una certa contiguità nel modo di essere di certe persone, ma forse stonano con il resto che, come già detto, sottolinea e spinge il testo nei suoi toni accessi, veloci, irriverenti, sarcastici.

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