Saranno Famosi - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 12 novembre 2003

Saranno Famosi

Magazine - Con il telefilm Saranno Famosi, andato in onda per la prima volta quasi vent’anni fa, sono cresciute almeno due generazioni di ragazzi (e ragazze, come sottolineerebbero i Monty Python): gli adolescenti italiani di allora erano imbottiti di prodotti genere American Lifestyle. É stato grazie a serie televisive come queste che abbiamo scoperto gli invidiatissimi armadietti metallici nei corridoi delle scuole, le magliette da football stilizzate, il cambio dell’aula anziché del professore al termine della lezione, le mense liceali, i libri scarrozzati senza zaino.
Oggi, con meno sentimento, quel titolo è associato ad un reality show che, senza pudori, scopiazza l’anima dell’originale produzione televisiva e lo spirito di competizione che aleggiava nella School of Performing Arts di New York, dove anche Janet Jackson mosse i suoi primi passi.
Per rinverdire i fasti di , la pellicola di Alan Parker da cui il telefilm venne tratto, è stato allestito un intero musical, ora in Italia, in arrivo direttamente dal Music Theatre International newyorkese, in cartellone al Politeama fino al 16 novembre.

Sul palco si susseguono le vicende dei giovani protagonisti: un manipolo di virgulti provenienti dai contesti socio-culturali più diversi e ciascuno con abilità differenti, ma tutti bruciati fino alle ossa dal sacro fuoco dell’arte. Il loro desiderio è quello di sfondare nel mondo dello spettacolo e diventare immortali nell’immaginario collettivo. Il tema della sigla del telefilm era proprio Fame! I wanna live forever (…) Remember my name!, e me ne sarei andata dal teatro, piazzando un putiferio biblico, se non l’avessero eseguita. Così non è stato: ne hanno rispettato perfino la natura anglofona, evitandone la traduzione, come invece è successo alla maggior parte dei testi originali di Jacques Levy, interpretati con passione e valente tecnica dai protagonisti.
Il loro è un miscuglio stereotipato di etnie, specchio del meltin’pot metropolitano: il portoricano esagitato, il nero ribelle di Harlem (Trevor, in cui non è possibile non riconoscere il mitico Leroy), la up-town girl, il ragazzo biondo e perfetto, emblema dell’american dream degli anni ’80. Ognuno ha un talento particolare: la musica classica, la danza moderna e così via. Ma la Scuola impone una buona riuscita in tutte le tecniche, senza trascurare lo studio delle discipline umanistiche e scientifiche. È qui che scoppia il contrasto tra la teutonica insegnante nera di letteratura e il ragazzo dei ghetti, estremamente dotato nella danza ma quasi analfabeta. Il percorso scolastico lo aiuterà a crescere e a migliorare, scoprendo le proprie infinite capacità e a sperare in un futuro migliore di quello che le strade nelle quali è cresciuto gli avevano fino ad allora offerto: buoni sentimenti a profusione, elargiti con la semplicità di una favola moderna.

Ma non è tutto oro quel che luccica: una delle protagoniste, Carmen, l’ispanica smaniosa di celebrità che si impasticca per serrare i morsi della fame e che improvvisa un balletto autocelebrativo sui tavoli della mensa (questo storico siparietto non poteva mancare!), pur di conquistare un posto al sole, scappa a Los Angeles con un sedizioso agente, rovinandosi talento e vita. Tornerà mestamente per ricordarci, scossa da crisi di astinenza, che Hollywood è solo un film.
Tra stucchevoli contenziosi sentimentali (come quello tra la simpatica Serena ed il bambolotto Nick), frecciatine moralistiche e didattica spicciola (il metodo Stanislavskij ci viene spiegato con una chiarezza di cui non sarebbe capace neanche Piero Angela), la storia arriva al degno happy end, con profusione di musica, canti e balli d’alta scuola: coreografie movimentate e solo apparentemente semplici, ma studiate fin nel minimo dettaglio per sfruttare al millimetro il limitato spazio del palco.
In questo senso, la scarna scenografia è geniale, basata sull’uso di sagome tridimensionali a forma di lettere, che compongono il nome dello spettacolo, con ciascuna faccia adattabile alle diverse scene.
Nell’euforia generale, col pubblico pronto ad una standing ovation, sulla scia dell’entusiasmo dei giovani attori, i neo-diplomati allievi dell’Accademia d’Arte scorrazzano tra le poltrone, compresa la rediviva Carmen: potenza della musica.

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