La Turandot di Puccini‑Berio - Magazine

Teatro Magazine Teatro Carlo Felice Mercoledì 12 novembre 2003

La Turandot di Puccini‑Berio

Turandot
Musica di Giacomo Puccini
Finale di Luciano Berio
Direttore Bruno Bartoletti
Regia Giuliano Montaldo
Scene Luciano Ricceri
Coreografia Hal Yamanouchi
Costumi Elisabetta Montaldo
Interpreti Andrea Gruber (Turandot), Nicola Martinucci (Calaf), Norah Amsellem (Liù), Askar Abdrazakov (Timur), Iorio Zennaro (Pong), Fabio Maria Capitanucci (Ping), Carlo Bosi (Pang), Aldo Bottion (Altoum), Armando Gabba (Un Mandarino)

Teatro Carlo Felice
Novembre
Giovedì 13, h. 20.30
Sabato 15, Domenica 16 e Martedì 18, h. 15.30
Giovedì 20 e Sabato 22, h. 20.30
Domenica 23, h. 15.30

È la prima volta in Italia della Turandot Puccini-Berio (che ne ha riscritto il finale), già salutata nel debutto europeo ad Amsterdam nel 2002, come la "nuova Turandot".
È un tutto esaurito per la prima al Teatro Carlo Felice, martedì 11 novembre, persino per i cappotti, e sono molti i giovani che siedono nella platea e contendono lo spazio agli habitué dalle teste canute. Un segnale forte, forse già un tributo nei confronti del compositore recentemente scomparso.

La Turandot di Puccini è avvincente, emoziona e intrattiene con i suoi ritmi che intrecciano temi tragici, farseschi ma anche romantici agiti in una scenografia imponente, a tratti quasi ingombrante, ed estremamente verticale. I tre saggi Ping Pong Pang, figure simboliche cinesi, divertono come tre "azzeccagarbugli", rompendo la formalità dell'opera e i suoi toni cupi e cruenti con i loro sogni infantili d'evasione, ognuno verso il proprio piccolo mondo dorato: Tsiang, Kiu e Honan. L'algida Turandot di Andrea Gruber, contorniata dai suoi sinistri e fedeli servitori-acrobati, che creano una bellissima e sinuosa coreografia, è distante e rigida persino nell'espressione vocale e contende la dimensione sonora alla potente orchestra. Liù, interpretata da Norah Amsellem, è applauditissima fin dal suo primo: "Perché un dì nella reggia m'hai sorriso". Un sorriso mai udito così dolcemente pronunciato, a cui segue una toccante performance, che la vede uscire da un ruolo marginale e conquistarsi quello di co-protagonista. Calaf, il principe Ignoto di Nicola Martinucci, tiene bene il suo personaggio e restituisce la famosa e tanto attesa aria del terzo atto, "Nessun dorma", con precisione, meritandosi un grande applauso.

A livello drammaturgico Puccini, che lavorava alla fiaba di Gozzi nella versione di Schiller ritradotto, volle ricondurre la fiaba cinese alle fonti orientali e così ha fatto Luciano Berio. Per ricostruire il finale, che Puccini non riuscì mai a terminare e che fu ultimato nel 1926, Berio ha recuperato molto del materiale del primo atto e utilizzato una ventina di schizzi pucciniani. Com'è nel suo stile, Berio ha semplificato e sottratto le parti da lui definite "più volgari" per ristabilire, in un "libretto intrattabile", come l'ha definito lui stesso, un "clima più trasparente, più misterioso, più orientale". Per arrivare a concludere l'opera celebrando una passione amorosa carica di contraddizioni e tensioni, non dimentica degli orrori che si lascia alle spalle, nelle parole di Berio: "un amore permeato dalle varie e sospese seduzioni della sensibilità orientale. Più un punto interrogativo che esclamativo".

Resta da suggerire di soffermarsi a leggere l'intervento di Alberto Cantù, arricchimento al programma-libretto, in cui sinteticamente sono descritte le caratteristiche salienti di questo finale, che è già famoso. Eccone un breve assaggio:
"Finale che parte, fluidamente, dal planctus funebre per Liù ... e passa attraverso un'ampio... struggente, interludio sinfonico fra echi e cromatismi wagneriani ... riservando all'orchestra anziché al canto le ragioni più autentiche dell'amore... una scrittura che oltre a richiamare Wagner e il primo Schoenberg è intessuta di allusioni mahleriane".

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