Kill Bill: Volume I - Magazine

Cinema Magazine Sabato 25 ottobre 2003

Kill Bill

Volume I

Magazine - Non esiste aggettivo che possa descriverlo, né categoria che possa, etichettandolo, limitarlo. L’ultimo parto della mente enciclopedica di Tarantino è assolutamente sui generis, qualcosa che, forse, non era ancora apparso sugli schermi.
Di inchiostro, su ne è stato versato ad ettolitri, prima ancora che vedesse la luce. Inutile soffermarsi sul già detto: i combattimenti sovrannaturali, il sangue a secchiate, la truculenza, gli omaggi agli eroi cinematografici del passato, l’esaltazione della cinematografia pop.
Una volta visto, Kill Bill stupisce per la lucidità con cui si dipana, per il ritmo drammatico e parimenti disincantato che assume ad ogni virata, per le molteplici chiavi di lettura che vi si possono applicare.

È lampante il debito nei confronti dell’iconografia degli anime giapponesi, non solo per il fatto che le arti marziali sono le indiscusse protagoniste della storia: per chi è cresciuto trascorrendo ore ed ore in compagnia delle vagonate di prodotti importati dal Sol Levante, non suona strano veder eseguire colpi proibiti al limite dell’inverosimile, salti e piroette che si fanno beffe di qualsiasi legge fisica, spade invincibili, simboli e gesti pregni di arcaico simbolismo. Il fatto stesso che una delle trovate più geniali del film consista in un cortometraggio animato, original japanese, in sostituzione di un più banale flashback, supporta tale tesi. E così, perdonate la banalità, la maestria della Sposa/Black Mamba (non sapremo mai il suo vero nome!) con l’acciaio giapponese non può non riportare alla memoria le gesta del Gemon di Monkey Punch. La famosa tuta gialla e nera di Uma Thurman, protagonista del film, diventa una divisa, chicca per i feticisti: con il casco integrale, assume la grandezza di un’armatura, come quella di Megaloman (anche se la somiglianza con i trucidi Power Rangers è imbarazzante). La violenza non fa male e non intimorisce, il sangue sporca ma è esteticamente impeccabile: da una parte c’è La Sposa, dall’altra chi le ha fatto del male e, quindi, merita il suo odio ed il nostro.

Una donna dal passato poco chiaro, come – inevitabile amarcord - gli antieroi di Leone, indistruttibile, con una placca di metallo sulla testa, capace di svegliarsi dopo quattro anni di coma (e di violenze) ed autoriabilitare i propri arti in meno di tredici ore («Adesso muovi l’alluce – ripete ossessivamente ai propri piedi, i più sexy di Hollywood - ok, il più è fatto: ora non resta che svegliare gli altri fratellini»), tanto forte da sopportare sberle che stenderebbero il Bud Spencer dell’epoca d’oro, in grado di contrastare la mazza equipaggiata con lame rotanti (e poi non dite che Goldrake non c’entra niente) di una ragazzina schizoide (Gogo, la guardia del corpo di Lucy Liu, è l’incarnazione perfetta della perversa bambolina dagli occhi a mandorla trasmessaci attraverso mille manga, tanto che il suo infantile viso ombroso sembra uscire direttamente dalle chine di Masakazu Katsura).
Durante i venti minuti di combattimento con gli 88 Folli (in realtà, se osservate i titoli di coda, i Folli non sono più di trenta), viene da chiedersi da quale recondito recesso del suo animo Black Mamba riesca a trarre la furia e la determinazione per agire così spietatamente, votata alla vendetta assoluta: un furore tanto lucido e calcolato da rasentare la demenza.

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