Magazine Lunedì 20 ottobre 2003

Il Grande Orfano

Lunghe carovane di morti viventi trasportano i loro miseri averi sulle spalle, il cielo plumbeo ed il colore del fango si fonde con i fumi vulcanici: immagini che non avrebbero sfigurato in una resa cinematografica dell’inferno dantesco e che rimangono ancora vive nella memoria degli europei. I volti rassegnati e stravolti delle vittime accampate a Goma, ai confini del Ruanda, e scorci insanguinati di teschi in fila di fronte a minuscole chiesette di legno furono le prime agghiaccianti testimonianze, servite alla nostra coscienza dalle televisioni di tutto il pianeta, dell’immane tragedia che dieci anni fa sconvolse il laborioso e fino ad allora, pensavamo, pacifico staterello centroafricano.

Oggi le stime Onu ci confermano che le vittime furono circa ottocentomila: uno dei più orrendi crimini del secolo scorso perpetrato nel giro di poche settimane. Il Ruanda non fu solo il genocidio di un’etnia africana, quella dei Tutsi, perpetrata dagli Hutu: fu la prova che la morte di massa poteva essere somministrata da pazienti e implacabili carnefici con mezzi semplici rudimentali, bastava un machete e non si abbisognava dell’organizzazione industriale che aveva caratterizzato il genocidio nazista. E fu la conferma definitiva e più terrificante, dopo l’esempio dilaniante dell’Ex-Yugoslavia, dell’eruzione post Guerra Fredda dei conflitti post-moderni, balcanizzanti, brutali oltre ogni limite, che hanno caratterizzato, negli anni a venire, le guerre sparse nel resto del mondo.

Oggi nessuno parla più del Ruanda, ma le macerie umane che quegli avvenimenti abbandonarono sul terreno, bruciano ancora. Ce lo ricorda , con il suo bel romanzo Il Grande Orfano, Tierno Monenembo, scienziato e scrittore guineano che vive in Francia dal 1973.

Il suo libro è il secondo romanzo a porre al centro della macchina narrativa la tragedia del popolo ruandese, dopo Murambi sous la plume, opera del senegalese Boubacar Boris Diop, e s’iscrive nel progetto Ruanda: scrivere per il dovere della memoria, operazione letteraria lanciata a Kigali da una quindicina di scrittori del continente nero che, commossi dai racconti degli scampati al massacro, si impegnarono a testimoniare con la loro opera il dolore e la barbarie.

Il grande orfano è un romanzo dalle plurime possibilità di lettura: può essere interpretato come una denuncia dell’infanzia negata ai milioni di bambini soldato africani, come una desolata constatazione dell’incapacità di tanti stati africani a uscire dallo stato di inferiorità a cui li ha condannati il colonialismo, come uno smascheramento dell’inganno rappresentato dallo sguardo commiseratorio delle Ong e dalla speculazione dei media occidentali: buoni sentimenti e cinismo incarnati dal cameraman Rodney e dall’”Hirlandese”.

Il grande orfano, soprattutto, si pone come una grande elegia della memoria, composta attraverso la memoria necessariamente breve di Faustin Nseghimana, piccolo protagonista della finzione letteraria, che una mattina ha visto scomparire dal proprio lembo di cielo l’aquilone con cui stava giocando.

Per assurda ironia della storia, Faustin, al contrario di tanti genocidi, si trova nella prigione centrale di Kigali da tre anni, dove aspetta il momento della sua esecuzione per aver ucciso un suo coetaneo.

Nell’attesa dell’ora della morte, Faustin, figlio di una coppia mista Hutu-Tutsi, racconta come è arrivato ad essere considerato uno dei più temuti reclusi del braccio giovanile della prigione. Rabberciando frammenti di una vita che sembra ed è lontanissima, il piccolo narratore ricostruisce e ricorda gli “avventi”, gli avvenimenti che hanno seguito lo schianto dell’aereo del presidente Habyarimana, scatenando i massacri hutu.

Con un percorso cronologico circolare ed accidentato a causa della difficoltà del bambino nel ripescare e dare senso ai ricordi che escono dai traumi vissuti, gli eventi della Macro Storia della guerra civile ruandese sono spiegati dalla prospettiva della micro-storia. Attraverso la pratica terapeutica del racconto orale il bambino riesce a recuperare la memoria perduta e l’amnesia, seguita al massacro della sua famiglia, svanisce, permettendo di ricostruire l’accaduto e a pronunciare la parola genocidio.

Arturo Zilli
di Alberto Baschiera

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