Magazine Giovedì 9 ottobre 2003

Moacry Scliar

Moacyr Scliar, gaucho di origini russo-ebraiche e medico sanitarista a Porto Alegre, sebbene poco conosciuto in Italia, è stato recentemente inserito nell’Olimpo degli scrittori brasiliani, entrando a far parte, nel mese di luglio, dell’Accademia delle Lettere Brasiliane (prestigiosa istituzione culturale creata da Machado de Assis centosei anni fa, seguendo il modello dell’Académie Française, ha avuto tra i suoi membri scrittori come Jorge Amado ed, ora, accoglie scrittori quali Celso Furtado e Zelia Gattai).

Moacyr Scliar, visiting professor presso il dipartimento letteratura lusofona della Brown University, collaboratore dei maggiori giornali del paese come Zero Hora, Veja e Fohla de S.Paulo, è uno scrittore sui generis per cultura, ascendenze, versatilità, stile e argomenti trattati.

La straripante produzione letteraria di Scliar rispecchia tutte le innumerevoli attività intellettuali che l’autore svolge, e raggruppa una sessantina di titoli che non lasciano sguarnito nessuno dei possibili campi di applicazione della sua scrittura: egli è stato in grado di passare, senza alcun timore, dal romanzo ai racconti per bambini (due generi che gli sono decisamente più congeniali), dai saggi di medicina a quelli sulla condizione ebraica, fino ad abbordare il commento giornalistico e la poesia.

Quest’opera enciclopedica gli ha valso numerosi premi prestigiosi tra cui il Premio Guimaraes Rosa, il Premio Jabuti (due tra i riconoscimenti più ambiti in Brasile) ed il Premio della Casa de las Americas dell’Avana.
Centrale nella sua produzione è la riflessione attorno ai temi della ricerca dell’identità e dell’alienazione che, se sono sempre stati il motore di gran parte della narrativa sudamericana, incarnano, nel caso di Scliar, una duplice sfida ed insidia: quella di riuscire a trasfondere lo humor, l’ironia ebraica e la ricerca del fantastico, del perturbante, tipicamente mitteleuropea, negli assolati e malinconici paesaggi delle metropoli e delle pampas del sud del Brasile.

In Italia, Scliar ha goduto fino ad oggi di ottime traduzioni che rendono merito alla sua bravura stilistica, alla sua scrittura piana, intenzionalmente semplice, ed alla sua capacità di creare personaggi strabilianti e commoventi allo stesso tempo.

Decisamente affascinante è il suo secondo libro in italiano (altre sue opere saranno tradotte prossimamente), Il centauro nel Giardino, edizioni Voland, che racconta la storia della lotta per il cambiamento e l’accettazione della propria identità da parte del centauro Guedali, prodigioso figlio di ebrei ashkenazi della Bessarabia, coloni trasferitisi nelle malsane terre del Sud brasiliano per sfuggire ai pogrom di ebrei in Russia.
Segregato per la sua deformità, Guedali cerca di sfuggire alla sua solitudine ricercando la spiegazione della sua diversità nei libri. Intenzionato a sostituire i suoi zoccoli con un paio di gambe normali, legge Freud, Marx, Scholem Aleichem, la Bibbia, ricavandone una cultura sterminata, ma inutile a risolvere il suo dramma umano ed animale.
La vicenda dell’infelicità del centauro, trattata con il partecipe stupore di tanti racconti chassidici e fittamente impregnata di simbolismi ebraici, greco-latini ed indigeni, si risolverà solo alla fine di un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, dall’Africa alla Terra Santa, dalle Pampas alla Foresta pluviale, con cui Guedali capirà le radici della sua diversità e la possibilità di servirsi della scrittura per oggettivarle e spogliarsene.Con questo libro (inserito dall’Yiddish National Book Center nelle migliori cento opere ebraiche del 1900), in sostanza, Scliar ci offre una magnifica allegoria sul tema della molteplice condizione di monstrum, di diverso senza possibilità di riconciliazione: figlio di immigrati, povero, ebreo e scrittore, anch’egli, come Guedali, ha trovato, negli attrezzi della letteratura, gli unici mezzi per guarirsi e reggersi in piedi.

Arturo Zilli
di Stefano Baschiera

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