Magazine Mercoledì 8 ottobre 2003

De Marchi II parte

Magazine - Ma se non hai scritto dei racconti storici, che cosa hai voluto scrivere?
Dei racconti senza più. Per me è accidentale che nel primo racconto, ad esempio, uno dei personaggi si muova nel '300 e l'altro nel '900, che nel terzo saliamo sulle Alpi svizzere nel 1822 e in quello di mezzo seguiamo il povero Tasso in fuga per l'Italia nell'anno 1577. Non sono le date che contano, ma i personaggi e quello che accade nelle loro menti. Raccontare il presente o un passato più o meno remoto riguarda soprattutto il modo di procedere della fantasia nella raccolta dei particolari - quei particolari innumerevoli di cui una storia si compone. Mi spiego meglio. Per far muovere i personaggi de La malattia del commissario e de Il talento nella Milano odierna, sono andato a studiarmi le strade, le case, i cortili interni che dovevano ospitarli; qualche volta per comodità d'ispirazione ho preso vie e case che conoscevo a menadito per averci abitato. Nel primo dei racconti di Fuga a Sorrento ho fatto lo stesso per la Firenze del 1966, mi sono riguardato il ponte vecchio e le sue botteghe, e per la descrizione dell'alluvione ho ripescato dalla memoria (e meglio se la memoria, com'è dimostrato in psicologia, ha deformato le immagini) lontani filmati visti chissà quando in televisione. Altre volte ho usato fonti documentarie, ma non vi ho cercato le cose che vi cercherebbe lo storico: il narratore si nutre sempre di particolari… In ogni caso il procedimento non cambia: tutto viene smontato e ricostruito nella narrazione; tutto viene visto mentalmente e trasformato in parole. Raccontare è trasformare in parole: è un processo che consiste nel rendere presente ciò che viene rappresentato. Ecco perché, come dicevo prima, in un racconto il passato non esiste se non come tempo grammaticale (un tempo che, si noti, usiamo anche raccontando il presente)
Ti riconosci in alcune di queste figure?
Qui la risposta è semplice: in tutte e in nessuna, come sempre. Immedesimarsi in tutte, anche le più sgradevoli, è condizione essenziale per poterle fare vivere.
Perché fai descrivere da un tuo personaggio Genova nel Trecento come una città fetida e gli abitanti gozzuti e laidi, duri come i macigni?
Dico di peggio, dico "stitici e duri, com'è stitica e dura anco la favella loro": dove con stitico il mio buon trecentista toscano intende naturalmente stretti, tirati, avari. Considerando che l'autore reale è genovese, io mi aspetto che il lettore capisca la burla autoironica. Del resto che la nostra favella non possa competere con quella toscana è tanto vero, che noi scriviamo in un italiano impastato per massima parte dal toscano…
Cosa consiglieresti a uno studente che volesse fare lo scrittore?
Di imparare a scrivere leggendo e amando la grande letteratura italiana del passato, di imparare anche da autori non grandi o discutibili, come Della Casa o D'Annunzio o Landolfi, che però possono essere eccellenti maestri di lingua. A scrivere si impara: con costanza e applicazione, con la modestia di chi è consapevole che qualunque cosa umana si può migliorare. Quello che non si impara è la volontà di raccontare, il desiderio e il bisogno di raccontare: che si ha o non si ha. Dalla grande letteratura straniera, che nella misura del possibile bisogna cercare di leggere in originale, si possono imparare moltissime altre cose: a condurre una storia o un dialogo, la finezza di osservazione, certe tecniche narrative; ma non la materia prima indispensabile, non la lingua. Se Michelangelo cercava e amava il suo marmo, chi scrive deve cercarsi e amare la sua lingua; che non è uno strumento neutro, interscambiabile: senza sensibilità linguistica non si può essere scrittori. Certo con la sola lingua non si è ancora scrittori, ma tutt'al più dei calligrafi. Io credo che oggi non abbiamo bisogno né di calligrafi né di pasticcioni che non vedono al di là del cosiddetto plot. Chi scrive non dovrebbe mai dimenticare che vivere è una cosa seria, e che senza serietà di vita non c'è vera scrittura.


Visita il sito dello scrittore:
www.cesaredemarchi.homestead.com

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