Magazine Mercoledì 8 ottobre 2003

De Marchi, un genovese di Stoccarda

A Genova è nato e cresciuto un raffinato scrittore che non tutti conoscono perché ha studiato a Milano e ora ha scelto di vivere in Germania. Sto parlando di Cesare De Marchi, vincitore del Premio Campiello nel 1998 con Il Talento. Da qualche mese ha mandato in libreria la raccolta di racconti Fuga a Sorrento (Feltrinelli, pag.160, Euro 12,00): assolutamente da leggere. De Marchi riesce a tenere il lettore inchiodato alla pagina raccontando episodi della vita di Dante, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Hegel e Hölderlin. Ricostruisce le atmosfere, gli intrighi, le lotte tra intellettuali dei secoli passati e riesce anche a gettare uno sguardo ironico sull’università italiana di oggi. L’abbiamo scovato nella sua casa in collina a Stoccarda dove vive appartato e lontano dai rumori del nostro mondo letterario.

Cosa ti ricordi della Genova degli anni Sessanta e Settanta, quando vivevi qui?
La tua è cortesia anagrafica, vuoi certo dire degli anni Cinquanta e Sessanta… Ricordo molto; ma tutto, anche i grandi fatti, mi appare contratto nella mia mente infantile. Un solo esempio: gli scontri di piazza del 30 giugno 1960; ero alla finestra, si sentivano le sirene delle camionette e spari, di cui non potevo sapere se fossero d'arma da fuoco: da via Malta, dove abitavamo, non si può vedere via XX Settembre; a tratti qualche lembo di nubi lagrimogene entrava nella via, una volta o due vidi dei poliziotti condurre dei manifestanti ammanettati; il giorno dopo, a queste scarse immagini si sovrapposero i racconti degli adulti e le fotografie del Secolo XIX. La mia sensazione era di grande stupore, e la mia fantasia credo che lavorasse così alacremente, che a quel poco che avevo visto e udito mescolò un racconto di mio padre che tempo prima mi aveva enormemente impressionato: nel 1919 o comunque in un passato abissale, mio padre camminava bambino con suo padre sotto i portici di via XX Settembre e dovette cercare il riparo dei pilastri dei portici perché per la strada l'esercito sparava coi fucili…
Perché questo "esilio" tedesco?
Non sono e non mi sento in esilio. Sono venuto in Germania quasi per caso, come quasi per caso ero andato a Milano. Poi si fa di necessità virtù, e intanto il tempo passa. A Milano di anni ne sono passati 27, qui appena 8. Sul futuro ho smesso di interrogarmi, suscita ansie, e non serve a niente.
Come mai in “Fuga a Sorrento” hai scelto di raccontare storie di intellettuali del passato?
Io credo che si scelga sempre di raccontare una storia: che questa si svolga nel presente o nel passato, è una questione secondaria. Anzi, in un certo senso ogni storia è presente perché viene raccontata adesso; e ogni storia è passata, perché il racconto mette sempre, già nell'uso dei tempi verbali, una distanza tra sé e i fatti narrati. L'uomo che descrivo è lo stesso, ieri e sempre, l'evoluzione della specie ha tempi troppo lunghi perché possa riguardarlo. Quel che cambia è il contorno, gli strumenti della vita quotidiana, il panorama politico e sociale. Il cosiddetto romanzo storico (che io non ho voluto fare) si sforza di combinare i fatti della grande storia passata con una piccola vicenda generalmente inventata. Uno sforzo arrischiato.




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