Un uomo imperfetto - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 6 ottobre 2003

Un uomo imperfetto



Decollo dall’aeroporto di Beirut alle 18.40 sotto un improvviso quanto violento temporale. Un fulmine colpisce la carlinga dell’aereo creando il panico tra i passeggeri, ma è questione di pochi minuti, il tempo di innalzarci sopra le nuvole e riprendere l’andatura da crociera. Chiedo un giornale in inglese, ho bisogno di rinfrescare la lingua ma, pur spiacenti, mi comunicano di non disporne, pazienza utilizzerò il tempo di volo per scrivere una lettera alla piccola Jasmine.

Domani compie l’ottavo mese di vita e finora tempo da passare insieme a lei non ne ho trovato molto, è stato così anche per gli altri miei dodici figli, ma si vede che sto invecchiando, perché questa volta la cosa mi disturba. Non che prima me ne fregassi, amo i miei figli come un qualsiasi altro padre, ma fino all’altro ieri ho sempre pensato che il mio lavoro, rischi annessi, fosse indispensabile per garantire loro un futuro migliore sacrificando del tutto, o quasi, la mia parte affettiva e, di conseguenza, negando ai miei ragazzi non solo la presenza, ma soprattutto il mio affetto. Cazzo! Fanculo alla compagnia turca che non ha giornali in lingua inglese e fanculo alla mia coscienza di trentottenne che altro non ha fatto nella vita se non eliminare persone di cui non conosceva nulla, eccetto che fossero nemiche di quelle che lo riempivano di dollari. In realtà ho fatto dell’altro, ho messo al mondo un mezzo esercito di individui di cui, inizio a pensare, conosco molto poco, e temo di non riuscire ad essere un punto di riferimento.
Vado fiero dei miei figli, sono degli ottimi ragazzi, ma quanto del merito sia il mio è un dato che mi sfugge. Certo il denaro in casa non l’ho mai fatto mancare, ed in tutta onestà se qualche sfizio in giro per il mondo me lo sono levato non è mai stato a loro discapito, però non ricordo di aver mai cambiato un pannolino a nessuno di loro. È pur vero che sono un libanese e che le mie quattro mogli non mi hanno mai chiesto di farlo, ne tanto meno hanno preteso lo facessi, ma questo non giustifica, al massimo può attenuare.

So che avrei voglia di essere diverso, almeno con Jasmine , ma so anche che sto volando verso Istanbul, verso un nuovo incarico che, per pulito che potrà essere, sarà sempre sporco. Non ho più voglia di recitare con me stesso, non ho più voglia di credere che la mia famiglia abbia bisogno dei miei sacrifici, perché so bene che nessuno di loro me li ha mai chiesti: se potessero mi chiederebbero di rimanere a casa, di occuparmi del ristorante, ma sanno che questo sarebbe un vero sacrificio, quindi non me lo chiedono.
Sono in debito con loro e forse anche con me stesso, ne sono consapevole, e questo può aiutarmi, ma devo convivere con la mia natura contraddittoria che non fa sconti, in nessuna occasione. Sono un uomo maturo che ben sa cosa è giusto e quanto sia difficile arrivarci, ma al tempo stesso un giovane inesperto che pensa di sapere dove si trova il giusto e spende con passione ogni energia per poterlo raggiungere.

«Sono vitale, di conseguenza imperfetto», penso mentre imbusto il mio amore per la piccola Jasmine. Il comandante comunica che è cominciata la fase di atterraggio, allaccio la cintura e mi giro verso il finestrino. Guardo in basso e, tra una moltitudine di luci artificiali, scorgo il Bosforo: calmo e minaccioso al tempo stesso, il canale taglia in due la città dividendo in realtà il mondo. Istanbul, l’antica Costantinopoli, la città che, da secoli, rappresenta un crocevia di culture e popoli; Istanbul, una metafora brulicante di persone. L’aereo scivola morbido sulla pista mentre i miei pensieri, con qualche difficoltà, scivolano nell’oblio, o meglio, si fanno da parte per un attimo. Giusto il tempo per svolgere un compito, non certo il primo, e probabilmente nemmeno l’ultimo.

Josef

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