Magazine Venerdì 3 ottobre 2003

La rivoluzione in bicicletta

Mempo Giardinelli
La Rivoluzione in bicicletta
Edizioni Guanda 2003


Sovversione, liberazione dalle oppressioni, candore e purezza della lotta, ma anche fantasia: sotto questi segni, negli ultimi anni, sono nati diversi romanzi che univano, in un felice ed originale connubio, passioni e sentimenti di riscossa sociale alla dirompente carica anarchica delle due ruote.

Pur con tutte le differenze, per ispirazione, scenario storico ed esiti artistici, ricordiamo: La bicicletta di Leonardo, di Paco Ignacio Taibo II e Il piccolo diavolo nero, di Gianfranco Manfredi.
Adesso arriva un altro romanzo che, si aggiunge ai precedenti e, pur uscendo in edizione italiana solo ora, li ha preceduti cronologicamente. Si tratta de La rivoluzione in bicicletta, dello scrittore argentino Mempo Giardinelli.
Il libro fu scritto nel 1980, all’epoca in cui, come molti suoi amici, lo scrittore aveva trovato rifugio in Messico, per sfuggire alla brutale dittatura militare, che accelerò il dissanguamento del suo paese.

Il romanzo prende avvio dal racconto di una persona realmente esistita, un ex ufficiale dell’esercito paraguayano, lettore di Lenin e Ortega y Gasset che, per più di vent'anni, tentò con ogni mezzo di portare la rivoluzione ed il cambiamento democratico nel suo paese, uno dei più miseri del continente latinoamericano.
L’eroe del romanzo di Giardinelli è Juan Bartolomeo Gaite, detto Bartolo, nome fittizio creato per mascherare la vera identità dell’eroe del libro. Questa operazione di copertura servì, quando il libro venne scritto, per proteggere il militare paraguayano dalle vendette della dittatura di Alfredo Stroessner, l’ultima e più lunga satrapia che egli avesse cercato di disarcionare.
La rivoluzione in Paraguay è quasi portata a termine nell’estate del ’47, grazie alla bicicletta con cui Don Bartolo raduna tutti i sottufficiali intenzionati ad abbattere il dittatore Morìnigo. È una rivolta che spacca in due il paese creando due capitali: Concepciòn, in mano agli insorti, appoggiati dal popolo, e Asunciòn, governata col pugno di ferro dai partiti conservatori. Avversata dai paesi confinanti e senza una ferrea ideologia di riferimento, se non quella di ridare dignità al popolo affamato, la rivoluzione in bicicletta fallisce ed il protagonista ripara in Argentina.
La bicicletta, in esilio, serve a Bartolomeo solamente per tenere in vita i vecchi fantasmi della giustizia e della riscossa, aspettando un nuovo cenno da parte dei vecchi compagni di battaglia per "tornare alla testa di un movimento rivoluzionario".

Il romanzo mischia, in maniera molto efficace, la narrazione in terza persona, sull’esilio argentino del protagonista, ai capitoli in cui questi prende la parola e, come in un’ininterrotta intervista giornalistica, dipana la matassa dei suoi sentimenti e dei suoi ricordi. Non mancano avventure picaresche, che identificano tanta letteratura sudamericana post-boom (successiva alla generazione di Marquez e Carpentier), assieme a descrizioni di tradimenti, torture e ritirate precipitose per le selve tropicali.
È evidente l’intento realistico dello scrittore che conserva in originale solo i nomi dei tanti dittatori avvicendatisi in Paraguay, quasi ad ammettere che l’unica realtà, che non può perdere concretezza, nemmeno nella finzione letteraria, è quella efferata rappresentata dai tiranni contro cui, invano, lotta il protagonista: Morìnigo, Chavès e Stroessner, "iene voraci della nostra storia", come le chiamò Neruda.

La dolorosa storia del continente latino-americano non è cambiata, il lettore lo sa ed il romanzo lo conferma, ma nel sogno finale di Bartolo, la rivincita degli oppressi e degli sconfitti ci dimostra che la speranza rimane viva e la lotta per la giustizia deve continuare. Come dice il protagonista: "Finalmente un sogno degno di questo nome. (...) Si, domani è un altro giorno. E il bello è proprio questo".


di Arturo Zilli

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