Questa non è politica - Magazine

Mostre Magazine Venerdì 29 agosto 2003

Questa non è politica

Magazine - Poteva Nino Culotta, inviato di un piccolo quotidiano piemontese, in considerazione della sua perfetta conoscenza dell’Inglese, continuare la sua professione di giornalista come redattore in uno dei quotidiani di Sydney?
Come si ricorderà, nel romanzo del ’57 They’re a weird mob di John O’Grady, che ne narra le avventure australiane, Nino finisce per impiegarsi nell’edilizia e nei successivi Cop this lot e Gone fishin’, dello stesso autore, diventa un’affermato builder, un costruttore edile.

Muratori e carpentieri, quindi, ma anche fruttivendoli, ristoratori, salumieri, sarti e barbieri: quello delle professioni intraprese dagli italiani d’Australia rimane uno degli stereotipi più ricorrenti nella cultura locale.
Le statistiche storiche raccontano ben altre verità, purtroppo: più del 70% della prima generazione di italo-australiani del secondo dopoguerra svolgeva lavori poco o affatto specializzati, dannosi per la salute, con un’alta percentuale di infortuni, in un contesto di mercato del lavoro quasi del tutto stagnante. Chi, a prezzo di epici sacrifici (due lavori, tutte le ore di straordinario disponibili), riusciva infine ad intraprendere una sua attività, lo faceva quindi per crearsi una qualche stabilità economica e per affrancarsi, almeno a livello professionale, dal marcato antagonismo razziale .

"Idea preconcetta non basata sull’esperienza diretta e difficilmente modificabile", recita il Sabatini-Coletti alla voce stereotipo e quello dei mestieri è uno dei più diffusi e dei meno feroci: dipende dal livello socio-culturale in cui essi vengono espressi. Resta comunque il dato di fatto che nell’immaginario collettivo riguardante gli italiani di Sydney, e d’Australia in generale, gli stereotipi abbondano! Luoghi comuni estrapolati, è importante sottolinearlo, dalla cultura italiana d’origine in un esercizio, non sappiamo quanto legittimo, di conservazione di forme di identificazione che ha come conseguenza quella di isolare le reali esperienze migratorie dalle realtà socio-politica ed economica australiane attuali, finendo per far prevalere quell’etnia anglofona che da sempre, e tranne che in rarissimi casi, risulta mantenere saldamente il controllo delle istituzioni socio-politiche e culturali.

E gli italiani? Come si rapporta questo popolo di mille campanili (e mille associazioni), con le “macchiette” che hanno la presunzione di rappresentarli? Alcuni mangiano pasta e bevono caffè espresso, seguono processioni di santi protettori e si abbonano a Foxtel per guardare le partite della serie A.

Qualcuno tifa Ferrari e qualcun’altro Ducati; c’è chi ascolta musica melodica italiana tutto il giorno e chi compra le “firme” del recente successo a livello internazionale del prodotto Italia (moda, design). Qualcuno tende quindi a riconoscersi in quelle icone, mentre per altri adottare certi cliché ha valenza di resistenza verso ciò che il mainstream culturale impone. Altri rielaborano in forma ironica i suddetti luoghi comuni attenuandone la valenza negativa e riuscendo così, in qualche caso, a renderli materiale di riflessione. Per altri ancora l’equazione “cultura predominante-stereotipo” è semplicemente inapplicabile. E i giovani? Che impatto hanno sulle seconde e terze generazioni le immagini codificate che rappresentano l’italianità in Australia? Alcune recenti iniziative editoriali e radiofoniche sembrano fornire un chiaro segnale di piatta univocità nell’identificazione ed elaborazione delle suddette immagini. C’è poi qualcuno che, aldilà del salto generazionale, fà dei luoghi comuni materiale di ricerca sociologica dove inevitabilmente l’analisi, la riappropriazione, la conservazione della propria identità culturale, diventano anche, e soprattutto, un’esercizio di quotidiana scelta politica.

Una scelta politica che, ben lungi dal rifiutare in blocco le discrepanze culturali tra immagini preconcette e realtà vissute, si prefigge di rivalorizzare la forte componente sociale insita in queste ultime, con lo scopo di farle confluire in un più ampio contesto.
Un contesto dove il tanto decantato multiculturalismo si attua con mirate scelte politiche e non semplicemente a livello immaginario/rappresentativo.

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