Magazine Lunedì 25 agosto 2003

Ma che gli hanno fatto da piccolo?

Irruente come la sua scrittura. Ma anche diretto e divertente. chiude gli incontri con l'autore al Premio Alassio 2003. Abbiamo intervistato l'autore de , tra letteratura e politica.

Accio è un rivoluzionario, uno che cerca di cambiare le cose attraverso l'azione, ma alla fine del romanzo sembra capire che non è quella la via giusta. Lei, dopo anni di politica attiva, pensa di aver trovato quella strada nella letteratura?
«E che ne so? Non ne ho la più pallida idea. I conti, diceva mio padre, si tirano alla fine. Provi a venirmelo a chiedere il giorno che muoio».

Nel romanzo si intrecciano la vita familiare e quella "pubblica" di Accio. Sembra quasi che la politica, la ricerca della giustizia per tutti, ci sia in realtà la richiesta di un riconoscimento da parte della madre e dei fratelli. O magari una rivalsa: la rincorsa dell'ideale parte dal privato?
«E che ne so pure qua? Io ho raccontato una storia, mica sono stato lì a farmi la psicanalisi. Poi può anche avere ragione lei, ma in questo caso la questione non coinvolge solo Accio, ma qualunque altro essere umano si sia mai affacciato sulla faccia delle terra, compreso lei e Silvio Berlusconi. Chi lo sa dove finisce il privato e comincia il pubblico? Chissà che gli hanno fatto a Berlusconi da piccolo».

Il suo protagonista è probabilmente l'unico rivoluzionario sfortunato con le donne: prima di trovare una ragazza deve penare come un dannato. Ma allora è una bufala quella del sovversivo affascinante e pieno di donne?
«Esatto: è una bufala. Pure Berlusconi - lei non lo so - se avesse avuto davvero tutte le donne che dicono, non starebbe a rompere le scatole a noi».

Accio è un "puro": sembra attraversare alcune delle vicende più sconvolgenti dell'Italia degli ultimi quarant'anni inseguendo un ideale. Non trova che tutto sommato il suo percorso sia estremamente lineare, diritto, dalla ricerca della santità a Mao passando per il MSI?
«Sì. Però gliel'ho già detto: io ho solo scritto una storia. E del resto, volendo essere pignoli, tutte le storie sono lineari, pure la Bibbia. O il Giro del mondo in 80 giorni».

La fine del romanzo segna la sconfitta di Accio e del suo idele, o piuttosto una vittoria: Accio capisce che la strada che sta intraprendendo è sbagliata e dimostra finalmente di essere "grande"?
«Una vittoria, se così si può dire: diventa grande. O almeno così crede».

Il suo è un romanzo di formazione "classico": poca teoria e tanta azione: non ci sono tutti i "tiramenti" filosofici di Salinger. Quanto c'è dell'autobiografico e quanto piuttosto deriva dai modelli americani da lei dichiarati, Tom Sawyer e Huck Finn?
«Ambedue. In parti uguali. Anzi, 100% di uno e 100% dell'altro. Però anche Senza famiglia, Urson testa di ferro e L'isola misteriosa. Ognuno per un altro 100%. Ma anche Pianto antico e Ed è subito sera. Cha madonna vuole che le dica? Ci sono tutti i libri che ho letto - uno per uno, pagina per pagina, rigo per rigo - bolliti e rimescolati con tutta la vita che ho vissuto, giorno per giorno, momento per momento, rottura per rottura».

La sua scrittura è avvincente, appassiona e "tiene" in ogni momento: dialoghi, descrizioni, racconti. È irruente, esuberante: come riesce a "tenerla a freno"? O non ce n'è bisogno?
«La ringrazio, ma tengo a freno, tengo a freno. Dietro il prodotto finale ci sono almeno sette riscritture».

In un incontro a Roma per presentare il libro, lei ha messo d'accordo, stando alle cronache, la vedova di Almirante e Massimo D'Alema: è contento di questo o non avrebbe invece preferito scontentarli entrambi?
«Innanzitutto non mi pare che fossero molto d'accordo, almeno sulle questioni di merito. Erano però d'accordo a trattarsi da persone civili, cittadini dello stesso Paese, viaggiatori sulla stessa barca. Anzi, addirittura rematori. Non sembra anche a lei una buona cosa?»
di Donald Datti

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