Magazine Giovedì 14 agosto 2003

Il fasciocomunista

Magazine - Con Il fasciocomunista – vita scriteriata di Accio Benassi, Antonio Pennacchi ha costruito un romanzo di formazione ottocentesco, molto autobiografico e quindi ambientato in anni di grandi trasformazioni: tra il ’62 e il ’69. I suoi modelli erano Huckleberry Finn e Tom Sawyer, ma in pochi l’hanno notato, sino a che l’autore è stato costretto a dichiararlo più e più volte. Perché la materia trattata è incandescente e il punto di vista di Pennacchi alquanto scomodo. Così, piuttosto che sulla vita scriteriata, la critica si è soffermata a lungo e puntigliosamente sulla visione politica di Accio e del suo alter ego Pennacchi.

Qui si parlerà della carriera esistenziale di Accio, terzo di sette figli, nato a Latina (ex Littoria) da una famiglia emigrata dal Veneto per le bonifiche dell’agro Pontino e quindi insediata sul luogo. La famiglia è classica: madre incombente, onnipresente, onnisciente e per di più poco obiettiva, padre lavoratore e alquanto sottomesso. In 349 pagine si snoda l’adolescenza di Accio, così simile a tante altre di tanti suoi coetanei, benché inizi in seminario. Che Accio abbandona dopo due anni che gli hanno insegnato a amare il latino, a scoprire l’esistenza degli atti impuri grazie alla sessuofobia dei preti e a dargli la voglia di vedere il mondo. Tornato a casa e tutt’altro che bene accolto, Accio finisce la terza media, in estate lavora in un hotel di lusso e infine si iscrive a un istituto professionale praticamente obbligato dalla famiglia: lui voleva fare il liceo classico. Da quel momento la sua vita si fa sempre più scriteriata: si iscrive all’MSI, organizza manifestazioni contro la cessione della zona B alla Jugoslavia, poi finisce a Roma a incollare manifesti, tra pestaggi e bombe carta. Troppo indisciplinato e indipendente, viene radiato dal partito perché partecipa a una manifestazione contro la guerra del Vietnam insieme ai comunisti.

Alla passione politica di Accio, si intreccia quella per la strada, il viaggio. Infatti il ragazzo percorre l’Italia in autostop, vuole conoscere il mondo, incontra Pasolini che gli da del fascista rosso (nel frattempo è entrato in Servire il popolo, gruppo marxista-leninista dell’epoca), conosce una ragazza di Milano, Francesca e non si capisce bene se si innamori di lei o della metropoli o di tutti e due. Diventa uno dei katanga del servizio d’ordine, quelli che proteggevano i cortei a forza di sprangate, ma si ritrova deluso dall’esilità dei profondi dibattiti tra compagni che progettavano la rivoluzione. Brusco risveglio e inevitabile perdita dell’innocenza con la strage di piazza Fontana e l’uccisione di un fratello da parte della polizia. A un pelo dal passaggio alla clandestinità e alla lotta armata, Accio riesce a fermarsi, eccezione, questa volta, tra tanti.

“È una trama severa –scrive Lorenzo Mondo sulla Stampa- che, così esposta, non rende ragione al romanzo e deve essere integrata dalla balordaggini di Accio e i suoi compagni, dai suoi fallimenti e frustrazioni, che si verificavano all’insegna di una implicita, giudicante comicità”. E questa è la chiave per leggere Il fasciocomunista.

Il fasciocomunista
Antonio Pennacchi
Mondadori
349 pp., 17 euro

di Antonella Viale

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