Magazine Mercoledì 13 agosto 2003

Un cattivo ragazzo per il Premio Alassio

Magazine - Ultimo incontro con l’autore finalista al premio martedì sera. Antonio Pennacchi ha presentato insieme a Franco Gallea il suo ultimo romanzo: Il fasciocomunista – vita scriteriata di Accio Benassi.

La chiacchierata è iniziata dalla fine: dopo trent’anni di turni di notte in fabbrica, Pennacchi si è laureato dopo i quaranta e ha iniziato a scrivere romanzi: «Mi sono laureato tardi perché sono una testa d legno –ha confidato con un mezzo sorriso a un pubblico numerosissimo e subito complice- avrei dovuto farlo a suo tempo, non aspettare i quarant’anni per iscrivermi. Ma ne ho fatte tante altre così. Lo sapevo già all’età di sei anni, che il mio mestiere era scrivere, invece prima ho fatto di tutto, allontanandomi sempre di più dal punto di partenza. Ho cominciato a scrivere un po’ perché ero in cassa integrazione, un po’ perché era morto mio padre». E ha incontrato parecchie difficoltà –come tutti- a farsi pubblicare. Anzi, lui è una specie di recordman: ha presentato Mammut, il suo primo romanzo, a 33 case editrici e ricevuto 55 rifiuti. Perché ogni tanto provava a rimandarlo con il titolo cambiato…

«Oggi è effettivamente difficile farsi pubblicare –ha ammesso lo scrittore- però c’è tanta gente che scrive. Ho visto pacchi e pacchi che si accumulano nelle case editrici, si coprono di polvere e spesso nemmeno li aprono perché non hanno tempo. Per farsi pubblicare prima di tutto bisogna leggere, poi scrivere, poi saper scrivere e infine avere un colpo di fortuna».

Entrando nel vivo della conversazione, la prima domanda irrinunciabile sul romanzo non poteva che essere: è autobiografico? «Chiunque scriva fa autobiografia, anche lo sceneggiatore di Topolino, che non ci mette la sua vita, ma di sicuro le sue emozioni. Quasi tutte le storie capitate a Accio sono capitate a me, ma a lui non sono capitate tante cose che sono capitate a me. Tuttavia forse il più fortunato è stato lui: io ho avuto le malinconie, lui l’azione. Comunque non volevo scrivere un romanzo autobiografico, né politico, volevo scrivere un romanzo d’avventura e di formazione ottocentesco. Quelli che se ne intendono, appena sentono parlare di romanzo di formazione pensano al Giovane Holden. Se Accio avesse incontrato il giovane Holden, lo avrebbe gonfiato di botte, pussa via tu e chi t’ha scritto. I miei modelli erano Huckleberry Finn e Tom Sawyer, ma potevo ambientarlo solo in un mondo e in un contesto storico che conoscevo. Quanto a Accio è uno scemo totale, ma uno scemo puro, che si spende, sempre con la stessa correttezza, sia quando è fascista che quando è comunista».

E qui arriva l’argomento della biografia dell’autore, iscritto e cacciato da quattro partiti e due organizzazioni sindacali, ma che mantiene intatta la passione –oggi non attiva- per la politica: «Non si può pensare solo al proprio tornaconto personale, prima vengono gli interessi collettivi. Adesso si dice che lo stato si deve ritrarre. Non sono d’accordo. Non faccio più politica perché mi hanno cacciato, quindi vuol dire che non era il lavoro mio, ma continuo a credere nell’importanza dell’interesse collettivo, nella centralità dello Stato».

Formazione per formazione, non c’è solo la politica, come Pennacchi non manca mai di sottolineare quando parla del suo romanzo, anzi sullo sfondo c’è soprattutto la famiglia: «Il mio romanzo può sembrare una critica alla pedagogia della famiglia, ma ora, che ci ho messo tanto a costruirmi una famiglia come si deve e vedo tanti esempi negativi in giro, mi sembra che fare a meno della famiglia sia difficile. Non c’è l’ha data Dio, ma di sicuro è storicamente determinata ed è fatta di fedeltà, lealtà, divisione dei diritti e dei doveri. Che è la stessa cosa della scuola. ma quest’ultima è una questione di culo, con chi capiti, capiti. Purtroppo. Soprattutto non mi convince la scuola di adesso, dove si danno del tu, ti annunciano le interrogazioni in anticipo… Che razza di formazione è?».

di Antonella Viale

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