Magazine Lunedì 11 agosto 2003

Chi ha paura dell'uomo grigio?

Magazine - Penultimo appuntamento con gli autori finalisti al Premio Alassio-Centolibri, sabato 9 agosto con Roberto Perrone autore del fortunato esile Zamora, un’opera prima che ha riscosso un bel successo di pubblico, di critica e anche due premi: quello “Giornalismo per un calcio più umano" e il “Frignano di Pievepelago” per gli esordienti, l’altro l’ha vinto l’ultimo romanzo di Raffaele Crovi.

Interrogato amabilmente come sempre da Franco Gallea, Perrone -che nella vita vera è un giornalista sportivo del Corriere della Sera e viene da Rapallo- si è soffermato soprattutto sui personaggi che, in un libro molto somigliante a una sceneggiatura, hanno il compito di costruire storia, suspence e in qualche modo anche l’ambientazione.

«Walter, il protagonista, vive in un grigiore che non sente grigio» ha iniziato Perrone «che sente adatto alla sua personalità, anzi soffre quando lo costringono a uscirne. Il suo pregio maggiore è la sensibilità, le cose non gli scorrono sopra, le soffre, le rimugina, ma fortunatamente tutto questo lo porta a valorizzare tanto gli insegnamenti di Cavazzoni, quanto sentimenti come l’amicizia». Invece Elvira, la sorella, «è un personaggio complementare a Walter, un paracadute per l’esistenza. È una donna particolare, senza età ma molto avanti rispetto ai tempi -il romanzo è ambientato all’inizio degli anni ’60- è una donna che si interessa di calcio, che si fidanza e non prova interesse per il matrimonio». In questo somiglia alla signorina Ada, figura secondaria, ma che scatena in Walter sentimenti per lui inimmaginabili, tra i quali la sete di vendetta.

«Per Cavazioni, invece» prosegue Perrone «mi sono servito della cronaca rosa del tempo, per la precisione di Angelillo, uno dei più grandi centravanti della storia, che aveva una storia con la Lopez, ambigua figura tra l’entraîneuse e la donna molto libera, e per questo era stato cacciato dall’Inter di Herrera, ma con conseguenze meno gravi rispetto al Cavazzoni, che aveva perduto tutto per una donna». Infine l’autore conclude la carrellata dei personaggi con un altro comprimario di rilievo, Tosetto, il datore di lavoro di Walter, un personaggio esemplare: «In un certo senso si ritrova nei patron dei nostri giorni. Rappresenta il rapporto paternalistico che è rimasto ancora oggi. Tuttavia all’epoca i patron delle grandi squadre erano veramente gli industriali più importanti, oggi la maggior parte è fatta di società per azioni. Tosetto ha un rapporto direi presindacale con i dipendenti, li costringe a fare cose incredibili».

Lo sfondo delle avventure di Walter è una Milano –e hinterland- che conserva caratteristiche molto provinciali, ma si sta scoprendo metropoli, nel bene e nel male, un’ambientazione particolarmente realistica ed efficace che Perrone spiega così: «A quei tempi avevo sei anni e vivevo a Rapallo, tuttavia non mi sono documentato molto. Credo che mi siano tornate in mente le letture, il cinema, i vecchi giornali, quasi una reazione pavloviana, incontrollata, una specie di immedesimazione nell’atmosfera del tempo».

Ma Zamora –come sottolinea Perrone- non è un romanzo sul calcio, è un romanzo con il calcio. Inteso come metafora della vita? «Per parafrasare un grande stratega, è la prosecuzione della vita con altri mezzi» risponde lo scrittore. «Nel calcio riversiamo il meglio e il peggio di noi. Pensate a undici persone completamente diverse tra loro, che devono trovare una coesione, vivere e lavorare insieme. Senza contare la lealtà, che nel calcio è fondamentale e purtroppo anche il suo opposto, che però si scopre subito, come anche la cattiveria, il fanatismo…». Per non parlare dell’amicizia, che dovrebbe rappresentare uno dei simboli dello sport e che, alla fine, dà il senso a tutto il romanzo: «”L’amicizia è meglio di un due a zero in trasferta”, dice Cavazzoni nel libro» conclude Perrone.

di Antonella Viale

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