Magazine Venerdì 8 agosto 2003

Tèl chi, il Perrone

Premio Alassio Centolibri – Un autore per l’Europa, quinto appuntamento. Proseguono gli Incontri con l’autore presso la Biblioteca Civica di piazza Airaldi e Durante 7. Sabato 9 agosto, alle 21.15, toccherà a presentare al pubblico il suo romanzo, . Interverrà, in veste di intervistatore, Franco Gallea. Abbiamo intervistato lo scrittore, che vive a Milano, dove scrive di sport per il Corriere della Sera, ma è originario di Rapallo.

Cominciamo col mettere in chiaro una cosa: Zamora non è un libro sul calcio
«Esatto. Io dico che è un romanzo non “sul” calcio ma “col” calcio: il pallone è l’elemento che in altri libri può essere l’amore, la morte, la vendetta. È il motore della storia. Questo ovviamente non tutti l’hanno capito: c’è chi lo inserisce tra i libri di sport, chi addirittura va in libreria e chiede della biografia di Zamorano…».

Perché allora per questo esordio letterario non ha scelto un altro argomento?
«Mi piaceva l’idea di fare qualcosa di diverso da quello che faccio tutti i giorni parlando della stessa cosa. Come cronista sportivo il pericolo è quello della routine: il calcio è una messa cantata, è un rito che si ripete, è già scritto. Quando ho avvertito questo rischio, ho deciso di provare qualcosa di nuovo per me».

Uno degli aspetti che più salta agli occhi del suo libro è l’ironia che lo pervade. Non crede che ci sarebbe bisogno di un po’ di ironia anche nel mondo del calcio giocato e parlato?
«Una buona dose di autoironia aiuterebbe sicuramente un mondo che si prende troppo sul serio ad essere più sereno e tranquillo. In Italia le partite si trascinano per tutta la settimana e oltre: all’estero finisce al novantesimo, poi basta, non ci sono le polemiche che infuriano da noi».

Stando così le cose, non pensa ci possa essere un disamoramento del pubblico? Non crede che la passione genuina che traspare dal suo libro si possa perdere?
«Penso che il calcio sia ancora una grande passione. Alla gente interessa quello che succede sul campo, si appassiona al bel gesto, al campione. Nessuno mi chiede mai niente sul doping o sul caso Catania, ma mi chiedono se questo giocatore è forte, come va il mercato, chi vince lo scudetto…»

Perché ha scelto di ambientare il romanzo negli anni ’60? E perché un protagonista che non ha nulla dell’eroe?
«Pensavo alla figura di un uomo grigio, ma felice del suo grigiore: la sua vita gli piace, non è scontento. Gli anni ’60 li ho scelti perché l’idea centrale del romanzo era quella di un uomo che andasse a ripetizione di calcio da un ex campione. Ho pensato a quel tempo perché allora i filtri tra persone comuni e stelle dello sport erano minori. Era più facile, allora, avvicinare un campione. E poi perché in quell’epoca la gente aveva più facilità a stabilire rapporti personali: negli anni ’60 la gente si conosceva ancora, uno sapeva chi era il suo vicino di casa. Oggi è più difficile».

Un po’ di rimpianto per quell’epoca?
«Il mondo va avanti, e la nostra epoca ha molti aspetti positivi, ma anche negativi. Ritengo che un tempo ci fosse più umanità: magari i calciatori non davano i miliardi a Emergency, che è una cosa buona, ma sapevano che era il loro vicino di casa».

Per sfuggire alla routine si è scoperto romanziere. Continuerà su questa strada?
«Sto già scrivendo il secondo romanzo, nel quale il calcio non c’entra, se non marginalmente. Mi piacerebbe essere uno di quegli scrittori che al primo libro, anche di un certo successo, ne fanno seguire altri».

Cosa si aspetta dal Premio Alassio?
«Essere in finale è già un grandissimo risultato. Certo che mi farebbe piacere vincere: come romanziere, perché attesterebbe che effettivamente sono un romanziere; come ligure per i soldi… (ovviamente scherzo). Devo dire comunque che l’aspetto che più mi piace di aver scritto questo libro è stato quello di andarne a parlare in giro alla gente: ecco, il Premio Alassio mi dà un’altra possibilità di farlo, e questo mi fa già contento».
di Donald Datti

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