Una mattina a Baghdad, parte II - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 4 agosto 2003

Una mattina a Baghdad, parte II



In questo senso a febbraio era più o meno lo stesso: era vietato fotografare i soldati dell’esercito del Rais o possibili obiettivi strategici come i ponti. Ma allora si era in attesa della guerra, quella guerra che, stando alle dichiarazioni di Bush, è finita ed è stata vinta.

Giovanni spiega che non era intenzione, che non li avevamo visti, che non pensavamo fossero lì, e propone di eliminare soltanto le parti con loro ripresi, mostrandogliele, per non perdere il resto. Il soldato modera la sua durezza e accetta, mentre gli altri tre restano silenziosamente alle sue spalle, guardandosi intorno con i mitra appoggiati sull’avanbraccio. Anche loro sono tesi; credo non gli piaccia stare per strada, fuori dalla trincea.
La cosa si risolve, Giovanni mostra le immagini incriminate e il marine spiega che, facendo richiesta, possono farci filmare il loro Comando, sotto apposito controllo. Dal giornalista embedded all’osservatore umanitario embedded, non è proprio il caso.
Meglio girare per la città, riprendere tutto e tutti, liberamente, parlare con chiunque, per provare davvero a capire cosa stia accadendo qui, cosa significhino l’attuale occupazione e l’insicurezza regnante, perchè l’ufficialmente chiusa guerra per la libertà dell’Iraq non sia tale.

Quale libertà a Baghdad? Non certo quella di espressione, visto come vengono chiusi i giornali non graditi agli occupanti. Ma neanche altre, non c’è diritto all’acqua per tutta la popolazione, o al cibo. Alla frontiera giordana mi aveva avvertito Hatim Jawad, professore di inglese in Libia, iracheno che tornava a Baghdad per visitare la famiglia, per la prima volta dopo I bombardamenti «Te ne accorgerai. Dove sta la libertà? Dove sta la sicurezza?».
I marines, ragazzi giovani e in parte spaventati, ci lasciano proseguire. Parcheggiato il pulmino ci avviciniamo a piedi ad Al Khadhimiyya, attraverso un mercato della frutta molto animato. Saluti accoglienti e qualche raccomandazione per le ragazze da parte di due uomini e una donna nel tradizionale abito nero: vicino all’imponente ingresso della moschea si trovano I veli per coprirsi ed entrare nel luogo sacro.
Tuttavia, a una ventina di metri dal portone, il clima è ben diverso. Mentre Marisa si copre con la stoffa nera molti giovani si raccolgono intorno a noi: dicono che non va bene, di non andare oltre, che non è consentito ai non musulmani. Un ragazzo in particolare si fa portavoce di tutti gli altri e, spalancando i limpidi occhi chiari, in modo verbalmente molto aggressivo ci ferma. La piccola folla si muove lentamente sospingendoci lontano dalla moschea.

Anche le fotografie e le riprese danno fastidio. Eppure il mercato della frutta, dove ogni venditore insisteva sorridendo per avere una sura del proprio banco, solo cinque minuti fa, è lì, a trenta metri. Arrivano in molti, ragazzi e anziani, alcuni ostili, altri, i più, a parlare d’altro, anche nella confusione del momento. Chi dice Del Piero, chi Juventus, chi agita la mano nell’aria facendo segno di allontanarsi, subito.
Vado verso il ragazzo con gli occhi chiari, che ha il viso da adolescente contratto in una smorfia di durezza. Gli tendo la mano e lo rassicuro: andiamo via. «Scusate ma è così». Me lo dice senza placare la rigidità del suo sguardo, e mi stringe brevemente la mano. Solo aggressività verbale, per fortuna, ma un’atmosfera molto pesante, di tensione pronta ad esplodere. E soprattutto di incomunicabilità, voglia di erigere e mantenere un muro di separazione. Come con i marines. Noi e loro, Bene e Male nel vocabolario di Bush, nel vocabolario della guerra infinita.

Ci allontaniamo. Chiudo la fila con Yussuf, lo studente di musica che ci fa da interprete, il quale mi consiglia di affrettare il passo, mentre mi attardo a stringere le mani così come avevo fatto con il ragazzo dagli occhi chiari. Qualcuno mi rimprovera perchè Allah non vuole che porti i capelli così lunghi, facendo il segno delle forbici con indice e medio; qualcun altro, paradossi davanti alla moschea sciita di Al Khadhimiyya, mi domanda se davvero le ragazze italiane siano così sexy.
Torniamo al pulmino, che è ingolfato e non parte. Spingiamo nel traffico caotico ma lento di Baghdad, aiutati da tre giovani venditori che espongono la loro merce variegata a bordo strada. E andando via transitiamo davanti ad altri due blindati statunitensi; un marine armato all’inverosimile rivolge un sorriso forzato a un bambino che gli gira intorno incuriosito, poi recupera immediatamente la sua espressione contrita. Simile a quella del ragazzo con gli occhi chiari. Due censure, due aggressività, due pericolose incomunicabilità.

Mauro Casaccia

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